Il Tribunale Arbitrale dello Sport ha condannato ad otto anni di squalifica Alex Schwazer. È così accolta la richiesta della Iaaf per il marciatore giudicato nuovamente nuovo positivo al doping a distanza di quattro anni.

La vicenda è iniziata il 1 gennaio scorso: un test risultato negativo in un primo momento. Ma poi, analizzato nuovamente a maggio –pochi giorni dopo la vittoria dell’atleta ai Mondiali di marcia di Roma che gli avevano dato il pass per Rio– è emersa una positività prima non riscontrata. Tanti i punti oscuri che andrebbero chiariti: innanzitutto i venti controlli ufficiali –oltre a quelli privati– dal 2015 ad oggi, tutti negativi ad eccezioni di quello di Capodanno. Poi le misteriose telefonate fatte all’allenatore Sandro Donati, bandiera dell’antidoping, che gli intimavano di non far vincere Schwazer nelle due gare ufficiali effettuate da maggio, una volta scontata la prima squalifica. E l’attesa di quasi un mese dal risultato alla notifica (riducendo così al minimo le possibilità di difesa in vista di Rio), la non tracciabilità della provette e la sostanziale mancanza dell’anonimato su di esse. Ancora: perché doparsi quando con gli occhi del mondo puntati addosso? Perché rinunciare alla finestra oraria di controllo, dicendosi disponibile ai test 24 ore al giorno, per poi assumere steroidi una ventina di giorni dopo? C’era qualcuno che non voleva l’altoatesino ai Giochi, e magari contemporaneamente screditare Donati?

Ora l’ultima speranza per lui è appellarsi alla Corte Federale Svizzera, chiedendo la prova del DNA: finora evitata perché la lunghezza dell’iter gli avrebbe impedito di partecipare alle Olimpiadi. Proprio a quelle gare che si sarebbero dovute ironicamente svolgere oggi (20km) e tra una settimana (50km). Alle quali non potrà più partecipare, perché i Giochi ormai sono fatti: comunque vada l’ultima udienza e pure il percorso della magistratura ordinaria –che ha aperto un fascicolo sulla vicenda dopo la denuncia contro ignoti sporta da Schwazer– arriveranno troppo tardi. Una vita, sportiva e non solo, distrutta: un atleta che non ha avuto occasione di difendersi, tribunali che finora non hanno condotto indagini ma analizzato il tutto da un punto di vista unicamente tecnico. Sarebbe quasi una beffa se, tra qualche anno, la Giustizia italiana ci raccontasse una storia diversa. Una storia, magari, nella quale Alex non è imputato ma vittima. In ogni caso, sarà troppo tardi: il marciatore saluta Rio 2016 e, con lui, le speranze di approfondire un caso dai risvolti certamente foschi.