La sua famiglia ha guadagnato miliardi dal saccheggio delle foreste e della terra indigena e si è sempre dichiarato contrario al riconoscimento dei territori indigeni, a favorevole a dighe e di altri mega progetti che violano i diritti dei popoli indigeni. Chi è? Prima era “solo” Blairo Maggi, un potente imprenditore brasiliano, dalle chiare origini italiane, capace di diventare il governatore del Mato Grosso e contemporaneamente (sarà un caso?) il più grande produttore mondiale di soia, commercializzando da solo circa il 26% della produzione di tutto lo Stato del Mato Grosso. Oggi è il neo Ministro dell’Agricoltura del presidente ad interim Michel Temer i cui ministri, sembrano fare a gara per tentare di aggirare le leggi a tutela delle terre indigene e quelli dei suoi abitanti.

Molti dei ministri del Governo ad interim, infatti, come Maggi, sono membri della lobby agricola che sta cercando di indebolire i diritti territoriali indigeni e ha proposto, tra gli altri, un emendamento costituzionale noto come PEC 215. “Se approvato, il PEC 215 potrebbe rendere quasi impossibili le future demarcazioni territoriali, ridurre la dimensione dei territori esistenti e aprirli alle attività minerarie, a progetti di estrazione del petrolio o del gas, a strade, a basi militari, e altri progetti di sviluppo che potrebbero essere letali per i popoli indigeni” ha spiegato Survival International. Sì perché nonostante Dilma Rousseff sia stata spesso criticata per aver demarcato meno territori indigeni di qualunque suo predecessore dalla fine della dittatura militare, in realtà nelle settimane prima del pretestuoso impeachment del 12 maggio scorso aveva firmato diversi decreti di protezione territoriale, che adesso il Ministro della Giustizia ad interim Alexandre de Moraes ha annunciato rivedrà, scatenando proteste e manifestazioni in tutto il paese.

In maggio, infatti, più di 1.000 indigeni hanno manifestato a Brasilia. In una dura lettera aperta indirizzata a Michel Temer, l’APIB, cioè la rete dei Popoli Indigeni del Brasile, ha dichiarato: “Rifiutiamo ogni tentativo di riportare indietro le nostre conquiste e chiediamo il rispetto totale per i nostri diritti fondamentali, sanciti dalla costituzione federale”. Come ha ricordato Survival “Centinaia di migliaia di Indiani in tutto il paese dipendono dalla terra per sopravvivere. La costituzione brasiliana e la legge internazionale garantiscono la protezione delle loro terre per il loro uso esclusivo, ma le leggi vengono spesso violate e alcune tribù rischiano il genocidio”. Dilma anche per questo aveva finalmente riconosciuto i diritti indigeni per la terra dei Kawahiva incontrastati, uno dei popoli più vulnerabili del pianeta, per le terre degli Avá Canoeiro, degli Arara, dei Mura, dei Munduruku e per buona parte del territorio Guarani che era stato rubato agli Indiani lasciandoli in condizioni terribili.

Ma l’offensiva contro i diritti dei popoli indigeni non è solo politica e in queste settimane si registrano crescenti tentativi da parte di potenti agricoltori e allevatori locali, che per Survival sono “strettamente legati al governo ad interim nominato di recente”, di sfrattare illegalmente i Guarani dalla loro terra ancestrale e intimidirli con il ricorso alla violenza e al razzismo. Proprio nella comunità guarani di Tey’i Jusu, nel Brasile meridionale, lo scorso 14 giugno un gruppo di sicari ha attaccato uccidendo Clodiodi Aquileu, un ventenne della comunità, che aveva il ruolo di operatore sanitario e ha ferito almeno altre cinque persone, tra cui un bambino. Per Survival, che prima in Europa ha rimbalzato la notizia, “È solo l’ultimo di una serie di assalti violenti alla tribù agli abitanti Guarani Kaiowá” che questa volta sono riusciti a filmare l’attacco da lontano. Intanto un’altra comunità guarani nella stessa regione, conosciuta come Apy Ka’y, rischia lo sfratto dopo aver rioccupato la sua terra sotto la guida della leader Damiana Cavanha nel 2013. “Le nove famiglie della comunità avevano ricevuto un’ordinanza di sfratto, ma non è ancora noto se siano riuscite a restare nella loro terra che gli spetta di diritto secondo la legge brasiliana e quella internazionale” ha spiegato Survival. “È in corso un lento genocidio. C’è una guerra contro di noi. Abbiamo paura” ha aggiunto il mese scorso il leader guarani Tonico Benites in occasione di una visita in Europa. “Uccidono i nostri capi, nascondono i loro corpi, ci intimidiscono e ci minacciano”.

Negli ultimi decenni, i Guarani hanno subito violenza genocida, schiavitù e razzismo da parte di chi vuole derubarli di terre, risorse e forza lavoro. Per tentare di arginare questa ondata di violenza in aprile Survival ha lanciato la campagna “Fermiamo il genocidio in Brasile”, per portare all’attenzione del mondo questa crisi terribile e urgente, e dare alle tribù brasiliane un palcoscenico da cui parlare al mondo nell’anno delle Olimpiadi. “Assistiamo a un attacco brutale e continuato ai Guarani, che sta crescendo di intensità. Persone potenti in Brasile stanno cercando di ridurre al silenzio i membri della tribù, terrorizzandoli affinché rinuncino alle loro rivendicazioni territoriali” ha dichiarato il Direttore generale di Survival, Stephen Corry. “Ma i Guarani non si fermeranno. Sanno di rischiare la morte cercando di tornare alla loro terra ancestrale, ma l’alternativa è così terribile che non hanno altra scelta se non quella di affrontare i sicari e le loro pallottole”. Ma per ora, purtroppo, il Governo ad interim del Brasile non sembra aver posto limiti al tentativo di impossessarsi delle riserve Guarani e di quelle degli altri popoli indigeni.

 

Alessandro Graziadei

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