Quasi felici. Di essere ultimi

12.04.2016 - Damiano Mazzotti

Quasi felici. Di essere ultimi
(Foto di http://www.artribune.com)

 

 

Antonio Galdo è un giornalista molto curioso e produttivo e ha da poco pubblicato “Ultimi”, un libretto dove racconta la “sequenza impressionante di primati al ribasso” della società italiana (Einaudi, 2016, 115 pagine, euro 16).

 

La grande maggioranza dei cittadini è oramai rassegnata e quindi è giusto iniziare con questo dato molto preoccupante: “su 10 milioni di minori censiti in Italia, quelli classificati in una condizione di povertà assoluta sono passati da 723000 nel 2011 a quasi un milione e mezzo nel 2013… secondo l’indagine dell’Unicef, il 16 per cento delle famiglie italiane con bambini una volta ogni due giorni non è in grado di garantire ai figli un pasto sostanzioso” (il fenomeno e tre volte più diffuso al Sud).

Inoltre le scuole e le università sono ancora troppo teoriche e accademiche e non riescono a far apprendere bene la lingua inglese e le altre lingue straniere. Il lavoro non c’è, anche perché i contributi sanitari e pensionistici costano troppo e anche le aziende sane preferiscono investire all’estero (come dargli torto). In Italia non si investe nella ricerca e nella formazione finale, ma solo in quella di base, con il risultato paradossale che alla fine finanziamo la ricerca di tutti i paesi più civilizzati, a causa dell’antimeritocratica fuga di migliaia di laureati. Naturalmente dopo aver visto come si lavora e come si guadagna all’estero quasi nessuno tornerà a vivere e a investire in Italia.

In Italia diminuiscono i brevetti e le presenze turistiche, segnale indicativo del fatto che gli stranieri non riescono più a sopportare il ritardo culturale e le inefficienze logistiche di un paese moderno. E anche la scarsa educazione ambientale (specialmente al Sud), e i costi troppo alti di svariati fattori. Del resto “nel 2005 il marchio Italia nel Country Brand Index era al primo posto nel mondo con le maggiori capacità di attrazioni, nel 2007 scivolava al quinto e adesso siamo al diciottesimo” (p 61). Inoltre tutto questo avviene con l’industria turistica in costante rialzo a livello mondiale.

In Italia la sanità è sempre più cara e malamente organizzata. Le cinque regioni a statuto speciale sono le più spendaccione e hanno accumulato debiti superiori a quelli globali di tutto l’insieme delle regioni ordinarie. La giustizia è sempre più in ritardo e opera ancora in modi piuttosto antiquati (grazie anche alle leggi approvate da un Parlamento delegittimato da una serie di leggi elettorali assurde e truffaldine). Il settore pubblico è ancora marcio: un appalto su tre è truccato, anche perché ci sono troppe norme da interpretare e aggirare. L’inquinamento ambientale è alle stelle è la spazzatura è l’unica cosa che ha l’indice di produttività in forte rialzo. Nella dotazione infrastrutturale l’Italia è scesa all’ultimo posto in Europa e alla posizione numero 82 nel mondo (le strade, i ponti, i porti e le ferrovie sono costruzioni troppo datate, scassate e limitate).

Comunque, “nonostante la Grande Crisi, siamo ancora la quinta manifattura nel mondo, la seconda in Europa dopo la Germania, e abbiamo tante imprese che esportano e crescono grazie alla qualità dei prodotti, al rigore della manodopera, alla genialità di qualche visionario: ma il nanismo è diventato un male cronico dell’intero sistema produttivo, e ci svantaggia in un mondo di giganti che dominano nella competizione globale”. In effetti le società straniere “di fatto posseggono ormai il 44 per cento delle società quotate” alla Borsa di Milano (p. 48).

Varie ricerche descrivono gli italiani come cittadini deboli, infelici (ultimi in Europa secondo l’Ocse), disorientati, rassegnati e sfiduciati: “nell’indice di sfiducia siamo al 134° posto su 142 paesi” (Prospery Index del Legatum Institute). Siamo diventati la brutta copia degli Stati Uniti, che a ben guardare forse sta ancora peggio di noi, di sicuro dal punto di vista educativo e alimentare, dato che gli americani lavorano troppo, viaggiano troppo poco, non conoscono le altre nazioni e le principali culture, e stanno diventando così grassi e viziati, che i reclutatori fanno sempre più fatica a trovare giovani in grado di affrontare le durezze fisiche e psicologiche della vita militare.

 

Antonio Galdo (www.antoniogaldo.it) ha pubblicato molti saggi con Einaudi e L’eclissi della borghesia con Laterza (insieme a Giuseppe De Rita, nel 2012). Attualmente dirige il sito www.nonsprecare.it (per un video: https://www.youtube.com/watch?v=8G0Wv7-bZ9M).

 

Nota generazionale – “L’Italia ha il record europeo per la durata dell’utilizzo degli ammortizzatori sociali, e intanto ha tagliato di un terzo la spesa per le politiche di attivazione del lavoro. In tutta Europa il primo destinatario della spesa pubblica per il lavoro è il giovane disoccupato, da noi avviene il contrario” (Romano Benini, docente di Politiche per l’occupazione, p. 34).

Nota fiscale – Quasi la metà degli italiani non ha un reddito o non paga l’Irpef e “alla fine dei conti si scopre che il 4,01 per cento dei contribuenti paga il 32,6 per cento del gettito complessivo dell’Irpef” (p. 37). In Italia si evade circa il 30 per cento dell’Iva, mentre in Francia, in Germania e nel Regno Unito si arriva a evadere solo intorno al 10 per cento dell’Iva. Il carico fiscale “ha raggiunto il 65,4 per cento dei profitti (in Germania è al 48 per cento e in Gran Bretagna al 33 per cento)” e forse anche di più del 43,5 per cento del Pil.

Nota digitale – In Italia la velocità media di navigazione “è di 5,6 megabit al secondo, quasi la metà della Germania, un terzo dell’Olanda; le abitazioni coperte dalle reti di nuova generazione (NGA) sono il 36 per cento del totale rispetto al 68 per cento della media europea… il 38,3 per cento della popolazione non ha mai navigato. In Gran Bretagna, per fare un esempio, la quota di popolazione esclusa dalla alfabetizzazione digitale non raggiunge il 6 per cento” (p. 102). Così “la Bella Italia, culla di patrimoni d’arte, buona cucina, paesaggi unici, a stento riesce a incassare un 18 per cento dei ricavi dell’industria turistica attraverso il web” (la media degli altri paesi viaggia intorno al 25). In Europa l’Italia è il fanalino di coda anche nella percentuale dei giovani impiegati “nel settore digitale: il 12 per cento contro il 16 per cento della media europea”.

Nota sanitaria – Il Policlinico Sant’Orsola di Bologna diretto da Mario Cavalli è riuscito a ridurre i costi con tagli molto mirati che hanno consentito di ottimizzare i servizi: “il contributo che riceve dalla regione, negli ultimi cinque anni è stato dimezzato da 20,69 a 10,51 milioni di euro” (p. 80).

Nota giudiziaria – Secondo il Consiglio d’Europa, che ha valutato l’efficienza, la qualità e l’indipendenza del sistema giudiziario,  l’Italia è il paese peggiore d’Europa, con i tempi biblici del civile e le prescrizioni di massa del penale. Nonostante questi cattivi risultati nazionali, in Italia esiste il metodo Barbuto, che funziona molto bene, quello ideato dal presidente del Tribunale di Torino e preso come riferimento da adottare non solo in Italia ma anche in Europa. Per fortuna negli ultimi due anni il magistrato Mario Barbuto è diventato il direttore del Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria presso il ministero. In ogni caso nel 99 per cento dei furti in casa non si riesce a trovare il colpevole (p. 86).

Nota spagnola – L’industria turistica “in Spagna vale il 22 per cento del Pil (con oltre due milioni di occupati), mentre in Italia a stento si arriva al 10 per cento”.  La Spagna nel 2015 ha toccato il nuovo record storico con 68 milioni di visitatori e si è piazzata al secondo posto nel mondo (p. 63).

Nota francese – La Francia ha attratto molte aziende europee e italiane grazie ai grandi incentivi ai centri di ricerca aziendali: “dalla sua base di Milano l’Agenzia francese per gli investimenti internazionali ogni giorno passa in rassegna le notizie sui quotidiani e sulle televisioni locali per individuare imprese che possano essere interessate alla proposta” (p. 54).

Nota tedesca – In Germania i progetti di ricerca che coinvolgono le imprese, le istituzioni pubbliche e le università tutte insieme sono la metà, in Italia le collaborazioni triangolari sono appena il 10 per cento del totale dei progetti (p. 52).

Categorie: Cultura e Media, Europa
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