Oggi 22 aprile è la Giornata mondiale della Terra, che in Italia si celebra dal 2007 ma che è nata negli Stati Uniti 46 anni fa. Purtroppo 46 anni di queste celebrazioni non hanno contribuito a migliorare le sorti del Pianeta che oggi conosce una vera e propria emergenza dal punto di vista ambientale, con ripercussioni che sono già sotto gli occhi di tutti coloro che gli occhi ce li hanno per vedere.

 

Sempre oggi verrà ratificato in pompa magna a New York l’accordo sul clima, un’intesa che, come è stato detto e ripetuto dai più, non si avvicina nemmeno lontanamente all’adozione di misure atte a invertire la marcia, cosa di cui c’è invece assoluta necessità. La cerimonia di ratifica, organizzato dall’ONU, avrà luogo nel palazzo di vetro di New York. La carta resterà aperta alla ratifica per un anno: infatti solo 155 sui 196 membri della Convenzione che hanno partecipato a COP 21 si sono impegnati nel processo di ratifica. Ma, come ricorda Rinnovabili.it, solo pochissimi Paesi – Barbados, Belize, Fiji, Maldive, Nauru e Samoa – hanno intenzione di completare l’iter con la consegna degli strumenti di ratifica già oggi. L’Unione europea per ora ha dato solo conferma formale, al pari di una manciata di Paesi poveri e della Grecia. L’Italia ha comunicato l’intenzione di ratificare, ma non ha fornito gli strumenti.

Intanto da oggi a lunedì a Roma si terrà una serie di eventi, tra concerti, laboratori, incontri e animazioni per celebrare la Giornata della terra. E mentre gli organizzatori si pongono l’obiettivo di piantare, da qui al 2020, un albero per ogni abitante della terra, ogni anno sono 15 miliardi i tronchi tagliati: un intervento che dall’inizio della civilizzazione ha portato ad una perdita complessiva stimata nel 46% del patrimonio arboreo totale. Il ritmo del diboscamento è maggiore nelle regioni tropicali, ma gli effetti si fanno sentire a lungo andare sull’intero ecosistema del pianeta.

E sempre alla vigilia della Giornata mondiale della Terra, un altro bene, l’acqua, è stato oggetto di un’attenta e preordinata speculazione.

La Camera dei deputati ha approvato la proposta di legge sulla “tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque”. Ora il testo passa al Senato, dove il governo dispone di una ampia maggioranza. Si è scatenata la bagarre in aula e il conflitto tra maggioranza e opposizione, tra Pd schierato per la privatizzazione – pur senza ammetterlo – e M5S, Sel e SI sull’altro fronte, si combatte intorno all’articolo 6.

«È questo il cuore del disegno di legge di iniziativa popolare presentato ormai nel 2007 con 400 mila firme: prescrive l’affidamento del servizio idrico solo a enti di diritto pubblico pienamente controllati dallo Stato, garantendo un anno agli enti per l’adeguamento – come specifica anche Rinnovabili.it – Ma prima in Commissione Ambiente, poi in aula, il Pd ha stravolto il senso del disegno di legge originario, aprendo al mercato la gestione dell’acqua pubblica. Il provvedimento approvato alla Camera, infatti, non reca più la formula che garantiva l’affidamento «in via prioritaria» a società interamente pubbliche. Da un lato l’acqua resta un servizio pubblico locale di interesse economico generale e viene garantito anche il diritto a un quantitativo minimo vitale di acqua procapite (massimo 50 litri giornalieri, anche in caso di morosità). Dall’altro, per l’affidamento del servizio idrico integrato non è più prioritario rivolgersi a società pubbliche. Il che è una grossa apertura ai privati. «È caduta anche l’ultima foglia di fico dietro la quale il Pd aveva provato a nascondersi – si legge nella nota del Forum italiano dei movimenti per l’acqua – Infatti, la Commissione Bilancio ha cancellato la via prioritaria assegnata all’affidamento diretto in favore di società interamente pubbliche. Un disconoscimento palese e spudorato che ha ribaltato il senso di quella legge sottoscritta da 400 mila cittadini e aggiornata alla luce dei risultati del referendum popolare del 2011».

Del resto, questa modifica va di pari passo con il Testo Unico sui servizi pubblici locali, decreto attuativo della Legge Madia n. 124/2015. Qui si trova l’altra metà del disegno renziano: l’obbligo di gestione dei servizi pubblici locali attraverso società per azioni e il ripristino della «adeguatezza della remunerazione del capitale investito» nella composizione della tariffa. La stessa riga che 27 milioni di cittadini avevano abrogato nel 2011.

Come dire… evviva l’ipocrisia!