Di Enrico Campofreda – 29 gennaio 2016

Combattimenti aumentati, insicurezza totale, civili ancora massacrati, usurpazione e violenza a scandire giorni e ore di chi vive nella terra dell’Hindu Kush. Il rapporto annuale di Human Rights Watch raccoglie e testimonia tutto ciò senza far sconti al cosiddetto governo di unità nazionale con cui l’amministrazione Obama ha cercato d’inventarsi l’ennesimo esecutivo fantoccio. Maggiormente mascherato rispetto ai governi Karzai, eppure non meno inquietante sul fronte dei problemi irrisolti e addirittura aumentati.

Chi controlla cosa – I distretti finiti sotto il totale controllo talebano sono sensibilmente aumentati. Il rapporto non li quantifica, nei mesi scorsi alcuni analisti hanno contato 20 se non addirittura 24 province a giurisdizione talebana, calcolando probabilmente anche quelle dove le milizie degli insorgenti sono semplicemente presenti e battagliano contro l’Afghan National Security Army. Sta di fatto che ampie zone che il governo di unità nazionale afferma di dirigere, compresa la capitale, non sono affatto sicure. Le stesse Nazioni Unite ammettono che metà del territorio afghano è diventato estremamente pericoloso.

Chiunque rischia di saltare in aria sui numerosissimi Ieds disseminati in fasce sempre più vaste del territorio, più che durante i grandi attacchi talebani alle forze Nato del biennio 2009-2010. Per ragioni d’opportunismo, prima che d’opportunità politica, Ghani e i suoi protettori d’Oltreoceano vendono la storiella d’una nazione in evoluzione alla ricerca d’una dimensione democratica. Di fatto non esistono princìpi che possano sostenere tale versione. Accanto agli ordigni di terra, agli attentati kamikaze, ai bombardamenti dal cielo, usurpazione e violenza continuano a devastare l’esistenza dei civili, causandone il 70% dei decessi.

Diritti delle donne – All’esordio l’amministrazione Ghani affermava un impegno per preservare e migliorare i diritti delle donne. Mese dopo mese ha disatteso ogni obiettivo: dal difendere l’esistente legge che punta a eliminare la violenza contro le donne, a bloccare i cosiddetti crimini morali che paradossalmente conducono in prigione donne in fuga da violenze domestiche e matrimoni forzati. Una documentazione dell’Unama riferisce che il 65% di casi esaminati con tanto di abusi su figli minori s’è risolto con una mediazione e solo il 5% ha prodotto un procedimento penale verso il capofamiglia, in genere il marito, ma anche il fratello o il padre della donna. A marzo l’omicidio della ventisettenne Farkhunda Malikzada, falsamente accusata d’aver bruciato una copia del Corano, aveva galvanizzato le attiviste dei diritti che hanno organizzato proteste pubbliche, domandando giustizia. Delle dozzine di giovani uomini che l’avevano fustigata, linciata e data alle fiamme una trentina sono stati arrestati, sebbene un congruo numero sia rimasto a piede libero. Il processo s’è tenuto in fretta e alcuni degli accusati hanno sostenuto che la propria confessione era stata estorta. Diciotto imputati sono stati assolti, quattro condannati a morte, otto a 16 anni di reclusione. Le sentenze capitali sono state trasformate in pene detentive. Di diciotto poliziotti responsabili di mancata protezione alla donna (il linciaggio s’era svolto in pieno centro di Kabul e la polizia era accorsa sul luogo), undici sono stati condannati e otto assolti. Il Parlamento afghano ha creato un ulteriore ostacolo ai diritti femminili quando ha respinto la proposta presidenziale di offrire la massima rappresentanza della Corte Suprema al giudice Anisa Rasouli, capo della Corte giovanile di Kabul. Parlamentari conservatori hanno lanciato una campagna contro di lei, sostenendo che non poteva servire la Suprema Corte. Nella ricerca di compromesso Ghani affermava di proporre un’altra candidata. Nessun nome è stato fatto.

Torture e libertà d’espressione – Fra le promesse del governo c’era l’eliminazione della tortura. Un ipotetico Comitato di lavoro che doveva attuare il piano non è mai sorto; in giugno l’Afghan Security Agency ha emanato un ordine che proibiva l’uso di torture per ottenere confessioni. I casi, attuati da agenti dell’Intelligence (NDS), sono leggermente diminuiti in alcune province rispetto all’anno 2014, ma su tutto il territorio nazionale sono aumentati. Secondo l’Unama un terzo dei detenuti afghani ha subìto pressioni e violenze nei centri di reclusione (quattro di essi si trovano nell’area di Kandahar). Comunque non è stato prodotto alcun report di denuncia su tali pratiche. Il fronte mediatico, presente con varie testate ed emittenti, ha registrato un incremento di violenza contro i giornalisti. Nel maggio il governo ha dismesso la Commissione d’investigazione di violazione sulla comunicazione, un organismo che in passato era servito per molestare e intimidire i cronisti. Doveva essere rimpiazzato da una consulta con giornalisti e gruppi della società civile per istituire una Commissione sui mass media che valutasse le eventuali dispute sulla comunicazione. Della Commissione si son perse le tracce. Nel frattempo il governo imponeva la restrizione sui reportage nelle zone di combattimento con le forze insorgenti e vietava ai membri di polizia e forze dell’ordine di parlare con gli inviati. In agosto il National Security Council ha convocato sei giornalisti sospettati d’aver dato vita a una pagine anonima su Facebook dedicata alla satira politica.

Forze militari Nato – Diecimila soldati Usa rimangono sul territorio nell’ambito della missione Resolute Support; solo alla fine del 2016 potrebbero essere dimezzati. Restano anche 850 militari tedeschi, 760 turchi, 500 italiani. Reparti statunitensi continuano a sostenere le forze armate locali nella repressione anti talebana per via aerea e con l’utilizzo di droni. In molte occasioni questi attacchi appaiono indiscriminati, è accaduto all’ospedale di Medici senza frontiere a Kunduz, colpito e distrutto da oltre un’ora di bombardamento e dall’uccisione di personale medico e infermieristico. Le indagini su quello che viene ritenuto un crimine di guerra non hanno finora prodotto effetti. Talvolta i giudici tornano a indagare su azioni particolarmente efferate, ad esempio lo sterminio d’un gruppo di persone a Wardak nel 2012, ma le nuove indagini egualmente si concludono con un nulla di fatto che peggiora il clima in un Paese che si sente alla mercé di ogni impostore, in divisa e non. Dal 2007 una Corte criminale internazionale sta valutando azioni delittuose sulle quali, però, cala spesso il velo dell’oblìo.

Articolo pubblicato su http://enricocampofreda.blogspot.it

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