Fuori da COP 21 Parigi: per una giustizia ambientale basata sul territorio

18.12.2015 - Redacción Ecuador

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Fuori da COP 21 Parigi: per una giustizia ambientale basata sul territorio

Di Emiliano Teran Mantovan

Dalla nebulosa di Parigi: trattative e affari

Le conferenze sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite tendono a lasciare una sensazione di disagio e di crescente scetticismo, derivante soprattutto dal cinismo e dall’indolenza regnanti tra le parti più influenti del negoziato che, anno dopo anno, annunciano un “accordo importante, senza precedenti”. Non fa eccezione la COP21 di Parigi, con la dichiarazione che si è raggiunto un «documento storico e universale».

Non ha molto senso analizzare questi negoziati solo nell’ambito della “ricerca di un buon accordo”, senza tener conto che i pilastri politici e programmatici predominanti in questi “sforzi globali” contro il cambiamento climatico, l’episteme su cui è impostato questo discorso e le sue rispettive istituzioni, è il mercato. Così le “soluzioni” da essa derivanti sono fondamentalmente strutturate come soluzioni di mercato, leggasi la contabilità dei crediti di CO2 del ‘cap and trade’, o le compensazioni internazionali come i meccanismi di sviluppo pulito (CDM).

Alla luce della logica della massimizzazione del profitto e del mantenimento del livello di arricchimento, non c’è da meravigliarsi per i numerosi casi di mancanza di trasparenza in relazione al registro delle emissioni prodotte da impianti dei paesi partecipanti, di evasioni negli obiettivi di riduzione attraverso meccanismi di compensazione a “paesi in via di sviluppo” (per esempio CDM, Meccanismo di sviluppo pulito), di speculazione finanziaria nei mercati della CO2 e l’arricchimento di gruppi economici sulla base di questo grave problema globale. Dopo 21 di queste COP, è opportuno chiedersi se questi accordi non siano diventati essi stessi parte del problema anziché la soluzione.

In ogni caso, crediamo che sia importante sottolineare alcuni elementi e tendenze preoccupanti emersi nel corso degli ultimi negoziati:

nonostante l’ossessione nel voler fissare il tetto massimo di aumento della temperatura media del pianeta a 1,5° o 2°, forse la questione chiave è come raggiungere questo obiettivo in modo reale. La questione si applica ugualmente al limite massimo consentito di emissioni di gas serra;

le enormi difficoltà nel raggiungere accordi chiari sui finanziamento a tesi permettere ai “paesi in via di sviluppo” di fronteggiare il cambiamento climatico, vale a dire 100 miliardi di dollari a partire dal 2020, si legano al crescente tentativo di dare una maggiore partecipazione ai “business leaders” (corporazioni) nelle soluzioni contro il cambiamento climatico. Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha in pratica elogiato le multinazionali, poiché queste “sostenevano un accordo forte a Parigi che inviasse i giusti segnali di mercato”, nel momento in cui li ha incoraggiati a far sentire la loro voce e “dimostrare che il business verde è un buon affare” [2];

il rifiuto, principalmente dagli Stati Uniti, di prendere su di sé i danni permanenti e le perdite irrecuperabili derivanti da politiche di mitigazione e adattamento insufficienti rispetto all’incidenza delle catastrofi climatiche, cioè la terza forma di assistenza ai “paesi in via di sviluppo” conosciuta come “loss-and-damage”, (vedere punto 52 dell’accordo finale) [3]. Questo potrebbe legarsi, d’altra parte, nell’ambito dell’attuale controversia geopolitica, con la militarizzazione del clima e la convenienza strategica di alcuni attori imperialisti di approfittare di ciò che Naomi Klein ha chiamato la “shock economy” (capitalismo dei disastri); ancora non risulta in questi documenti l’urgente necessità di lasciare buona parte degli idrocarburi nel sottosuolo;

Che senso hanno gli accordi, se non sono operativamente vincolanti, se non sono altro che dichiarazioni di intenti di contributi nazionali (INDC, Intended Nationally Determinated Contributions)? In altre parole, quello di raggiungere gli obiettivi di emissioni di CO2 “quanto prima” (art. 4 dell’accordo finale). E inoltre: quali strumenti istituzionali hanno a disposizione i cittadini per verificare e monitorare l’attuazione degli accordi, quand’anche questi fossero vincolanti?

L’ambiguità degli accordi e il contraddittorio atteggiamento delle istituzioni rispetto al clima fanno sì che molte analisi propongano di volgersi piuttosto verso un’impostazione che preveda un aumento della temperatura media tra i 2,7 e i 3,4 gradi entro la fine del secolo. Ma tutto questo non è indicatore solo di una crisi climatica. Società con bassa emissione di gas serra non garantiscono che si raggiunga la giustizia ambientale, né che si eviti di superare le capacità limite del pianeta. Questa è una crisi di civiltà che ha a che vedere con il metabolismo predatorio insito nel sistema capitalistico globale e con l’improvvisa destabilizzazione verificatasi nei cicli di riproduzione della vita. Questa destabilizzazione sta intensificando le lotte per l’acqua, l’energia, la biodiversità, i cicli biologici e i territori. E segnerà la dinamica dei nuovi tempi moderni che l’America Latina sta cominciando a vivere.

Dalle nebbie di Parigi alla proposta di Oilwatch di creare un gruppo Annex 0: pensare la giustizia ambientale a partire dai territori

Alcune voci nella Climate Action Zone del Centquatre-Parigi hanno sollevato la necessità di “uscire dalle COP”. Uscire dalle COP significa cercare di liberarci da questo specifico regime di sovranità globalmente istituzionalizzato e che vede il processo decisionale sequestrato dall’1%. Implica anche cercare di liberarsi del sequestro epistemico che praticamente blocca qualsiasi lettura del fenomeno del cambiamento climatico e le sue possibili soluzioni dentro la logica del carbonio. Appare necessario aprirci ad approcci radicalmente diversi.

Da questo punto di vista, la proposta di un Annex 0 da parte della rete Oilwatch offre diversi elementi per provare a pensare / eseguire questa fuga. Oilwatch, partendo dalla critica della «civiltà del petrolio», propone di riconoscere i popoli secondo la divisione istituita dalla Convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite: oltre all’Annex I (paesi industrializzati del Nord ed economie emergenti), Annex II (membri dell’allegato I che devono fornire finanziamenti ai paesi in via di sviluppo) e Non-Annex I (praticamente i paesi del Sud del mondo), bisogna creare un Annex 0, comprendente le numerose iniziative popolari portate avanti in tutto il mondo con l’obiettivo di fermare l’estrazione di idrocarburi e sostenere stili di vita rispettosi dell’ambiente.

Essendo l’estrazione di idrocarburi il principale processo di origine antropica che determina il fenomeno del cambiamento climatico, lasciare il petrolio e gli altri combustibili fossili nel sottosuolo è la misura più importane e più diretta per contrastarlo. Se, come si vede dalle cifre dell’IPCC e dell’IEA, è necessario lasciare i 2/3 degli idrocarburi nel sottosuolo, allora bisogna riconoscere la bontà degli impegni di diverse iniziative popolari e locali in questo senso, piuttosto che ignorarli, isolarli o criminalizzarli, come avviene di solito. La proposta dettagliata dell’Annex 0 è disponibile qui: Spanish, English, Français.

Questa proposta presenta diverse implicazioni, di cui vorremmo evidenziare in particolare due:

affrontare e sfidare l’egemonia e la centralità della logica del carbonio, orientata principalmente alla fase distributiva (monetizzata e astratta) della natura già estratta e trasformata, per generare invece una discussione di fondo su soluzioni, valori ed energia. Qui il ruolo dell’economia ecologica è importante per fornire indicatori che contabilizzino o registrino non solo gli idrocarburi lasciati nel sottosuolo ma anche l’acqua preservata, la biodiversità, le culture popolari o gli stili di vita sostenibili;

decentralizzare il regime di sovranità di questa istituzione climatica globale, che si limita a generare negoziati tra gli Stati (parti) e in cambio far emergere le soggettività popolari nei territori o le forme di governo locale, che sono gli attori chiave per le trasformazioni sociali e geopolitiche necessarie per fronteggiare il cambiamento climatico.

La proposta di un Annex 0 non è assolutamente una proposta autosufficiente. Richiede coordinamento con tutta una serie di politiche e programmi che ne permettano la fattibilità. Né convalida in alcun modo una nuova mercificazione della natura nel sottosuolo [4]. Occorre anche aggiungere che, benché nel cambiamento climatico un impegno differenziato punti ai grandi responsabili dell’attuale crisi ecologica planetaria, questa idea di Oilwatch si cala all’interno dei dibattiti sull’estrattivismo in America Latina, disegnando le possibilità di moratorie per i progetti estrattivi e il riconoscere l’iniziativa di comunità ed enti locali volta a lasciare i combustibili fossili nel sottosuolo.

L’Annex 0 è un ulteriore modo di affermare che la giustizia ambientale comincia sul territorio. Nel proporre un’istituzione climatica alternativa, suggerisce anche modi di pensare a questo problema in modo alternativo, ben al di là dei muri della politica convenzionale. In ogni caso, il sostegno materiale a questo tipo di proposte è stato, è e sempre sarà la lotta dal basso contro l’accumulazione di ricchezza attraverso l’esproprio.

Dall’Annex 0 al «Blockadia»: territori ribelli e tempi nuovi in America Latina

La situazione di crisi ambientale globale e la necessità di azioni urgenti per contrastare il cambiamento climatico offrono solide argomentazioni per intensificare le richieste di moratorie sui progetti estrattivi in America Latina. Si potrebbero impiantare dibattiti su come la caduta dei prezzi del greggio, (e non prevedendone un rialzo per un po’ di tempo), rappresenti un’opportunità per aprire un cammino di transizione per uscire dalla logica del rentismo petrolifero in Venezuela. L’idea di una secolare stagnazione dell’economia globale e la crisi di ampio respiro del modello di accumulazione nazionale impongono la necessità imperiosa di profonde trasformazioni trascendentali dall’interno, nelle quali si apra una discussione sulla moratoria dei progetti minerari nel paese (carbone in Zulia, il bacino minerario della Guiana) e anche alcuni della cintura dell’Orinoco.

Tuttavia, è necessario riconoscere che tutti questi processi, fenomeni e trattative si stanno sviluppando in un momento specifico della storia del sistema-mondo capitalistico, un momento di profondo caos ed entropia, in una situazione post-normale, che sarà probabilmente molto conflittuale. Questa situazione ovviamente attraversa l’America Latina, che dopo diversi anni di una era progressista differenziata vede come le condizioni in cui sono comparsi i governi di sinistra e le molte lotte sociali siano cambiate significativamente.

Se pensiamo alla forza che sta prendendo l’onda di restaurazione conservatrice nella regione e i pericoli di nuovi imponenti cicli di accumulazione per esproprio, se ricordiamo che l’America Latina è uno strategico serbatoio di risorse naturali nell’attuale dinamica geopolitica, e se osserviamo come si va configurando un neo-estrattivismo 2.0, non “progressista” ma di profilo misto e ibrido, un neo-liberalismo mutante, che cerca di riorganizzare il territorio continentale intorno a questa nuova fase selvaggia di accumulo globale, diventa evidente la centralità che avranno le lotte nella regione intorno al mondo materiale dei beni comuni per la vita (acqua, biodiversità, territori in generale).

È molto probabile che una politica popolare post-estrattivista tesa ad affrontare, consciamente o inconsciamente, i cambiamenti climatici e in generale l’ordine capitalista predatorio, è, in questa nuova tappa per l’America Latina, piena di minacce e di grandi sfide. Ma c’è qualcos’altro su cui vale la pena di riflettere. Le trasformazioni in corso non solo producono cambiamenti di governi e regimi di potere, ma anche delle condizioni materiali dei cicli vitali, aprendo di conseguenza la strada per la riconfigurazione delle lotte dal basso.

Nel suo libro “This Changes Everything: Capitalism vs. the Climate”, Naomi Klein chiama «Blockadia» le centinaia di comunità che in tutto il mondo stanno lottando contro l’estrazione di combustibili fossili, dalla Nigeria al Canada, dalla Grecia a Perù ed Ecuador… Quello che è importante sottolineare di «Blockadia» è che si tratta di movimenti globali composti da gente comune che, secondo Klein, non brillano come gli attivisti tipici, ma cercano di approfondire la democrazia mettendola in relazione con le reali possibilità di controllo delle risorse necessarie alla continuazione del ciclo della loro vita quotidiana, e che gestiscono varie strategie di azioni dirette, come assemblee popolari, blocchi delle scavatrici, manifestazioni nelle grandi città, per le quali vengono aggrediti dalle forze di polizia, fermando nel territorio i crimini ambientali in atto (quelli oggetto dell’Annex 0) e rivendicando le abbondanti energie disponibili alla superficie del pianeta (e non del sottosuolo) [5].

Possiamo prendere Blockadia come un’altra metafora utile per pensare, dopo anni di esperienze dell’era “progressista”, nuove strategie per una possibilità di emancipazione. Ma anche per pensare ai tempi che ci attendono. Soprattutto, esaminare gli errori politici commessi, cercando di riconfigurare le logiche del territorio: una territorializzazione del potere. Ripristinare o stimolare di nuovo nelle nostre agende politiche la centralità della ricchezza concreta (terra, acqua, biodiversità) e dei cicli naturali, in opposizione alla supremazia che ha avuto finora la ricerca della ricchezza astratta (reddito e finanza) [6].

Una radicalizzazione dell’accumulo per espropriazione, effettuata nell’ambito di una restaurazione conservatrice in America Latina, può a sua volta causare ulteriori resistenze produttive (di quello che abbiamo chiamato la biopolitica dei beni comuni), spesso secondo modalità che potrebbero rivelarsi innovative. Si pensi ad una nuova “svolta eco-territoriale” (per riprendere il concetto di Maristella Svampa) alimentata non solo dai diversi insegnamenti acquisiti nelle lotte regionali e globali, ma anche dalla trasformazione delle condizioni materiali di vita. L’espansione di un ambientalismo popolare (Joan Martínez Alier) potrebbe arrivare a toccare anche i movimenti urbani, come in effetti sta già avvenendo nella regione, il che avrebbe un effetto politico molto potente. Eco-picchetti e nuove territorialità urbane si legano alla ricerca per la riproduzione dei mezzi di sussistenza nelle sempre più insostenibili città sudamericane.

Le condizioni saranno probabilmente molto avverse, ma le possibilità di emancipazione ci sono. È nel tessuto sociale e territoriale che si combatterà una battaglia storica.

Parigi, dicembre 2015

Emiliano Teran Mantovani è sociologo e ricercatore e fa parte della rete Oilwatch Latinoamerica

Fonti consultate

Klein, Naomi. “This Changes Everything: Capitalism vs. the Climate”. Alfred A. Knopf. Canada. 2014.

Lohmann, Larry. “Mercados de carbono. La neoliberalización del clima”. Ediciones Abya-Yala. Quito. 2012.

Meyer, Robinson. “Buy Coal Now!”. The Atlantic. 29 ottobre 2015. Disponibile qui: http://www.theatlantic.com/technology/archive/2015/10/every-climate-concerned-billionaire-should-do-this-to-save-the-world/413020/ Consultato: [11/10/2015].

Oilwatch. “Es tiempo de crear el Grupo Anexo 0”. Proposta per quanto riguarda il COP21 di Parigi, dicembre 2015. Luglio 2015. Disponibile qui: http://www.oilwatch.org/dejar-el-crudo-en-el-subsuelo/678-es-tiempo-de-crear-el-grupo-anexo-0 Consultato: [9/12/2015].

United Nations. “COP21:” Ban dice al settore privato ‘Il modo di fare affari oggi determinerà se possiamo fare affari in futuro’ “. UN News Centre. 8 dicembre 2015. Disponibile qui: http://www.un.org/apps/news/story.asp?NewsID=52756#.Vm8fh0rhDIV . Consultato: [12/9/2015].

United Nations. “Adoption Of The Paris Agreement”. Framework Convention on Climate Change. Conference of the Parties. Twenty-first sesión. 12 dicembre 2015. Disponible qui: http://unfccc.int/resource/docs/2015/cop21/eng/l09.pdf Consultato: [12/12/2015].

[1] su questo, si consiglia Lohmann, Larry. “Mercados de carbono. La neoliberalización del clima”.
[2] in: United Nations. “COP21:” Ban dice al settore privato ‘Il modo di fare affari oggi determinerà se possiamo fare affari in futuro’ “.
[3] il punto 52 dell’accordo finale chiarisce che l’articolo 8 dell’accordo, riferito al “loss and damage”, non coinvolge né fornisce basi per alcuna responsabilità o indennizzo: “Agrees that Article 8 of the Agreement does not involve or provide a basis for any liability or compensation”.
[4] Sulla visione capitalista di “lasciare il carbone nel sottosuolo”, vedere: Meyer, Robinson. “Buy Coal Now!”.
Klein, Naomi. “This Changes Everything: Capitalism vs. the Climate”.
[6] A questo proposito, vedere: Teran Mantovani, Emiliano. Desnudar al extractivismo: repensar el origen y destino de la riqueza. Disponibile qui: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=191979 E: Teran Mantovani, Emiliano. El sentido comunal de la crítica al extractivismo. Disponibile qui: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=199073

Traduzione dallo spagnolo di Giuseppina Vecchia per Pressenza

Categorie: Ecologia ed Ambiente, Opinioni
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