Uno sguardo diverso sulla preistoria

11.10.2014 - Anna Polo

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Francese, Tedesco, Portoghese

Uno sguardo diverso sulla preistoria
(Foto di )

Quando si pensa alla preistoria, in genere prevale l’immagine di un periodo misterioso, oscuro e poco interessante, a cui a cominciare dalla scuola si dedica poca attenzione, per passare rapidamente alle civiltà considerate davvero significative (Sumeri, Assiro-Babilonesi, Egizi, Greci e così via). Il termine “preistorico” inoltre ha spesso un’accezione negativa, se non denigratoria: lo si riferisce ad atteggiamenti e credenze rozzi, vecchi e fuori moda, da lasciarsi alle spalle al più presto per sostituirli con qualcosa di più avanzato e “civile”.

Ma le cose stanno davvero così?

Basta approfondire un po’ l’argomento per scoprire l’enorme patrimonio di saggezza ed esperienza accumulato nel passato da civiltà antichissime, spesso cancellate, dimenticate o comunque poco conosciute.

Grazie al lavoro di Marjia Gimbutas – una studiosa che ha rivoluzionato il campo dell’archeologia – e di molti altri, emerge almeno per quanto riguarda lEuropa Neolitica un’immagine affascinante: una civiltà dinamica, ricca di scambi e spostamenti, pacifica, armoniosa e paritaria, basata sulla collaborazione, la ricerca dell’equilibrio e il rispetto per la natura e dotata di una profonda spiritualità. Una civiltà che onorava la donna, ma non opprimeva e discriminava l’uomo. Una spiritualità che celebrava il sesso come sacro, come fonte di vita e fecondità e venerava una Dea che incarnava la nascita, la vita, la morte e la rigenerazione senza contrapporle, in un ciclo infinito. Migliaia di reperti emersi dalle campagne di scavo condotte dalla Gimbutas, catalogati, studiati e interpretati, confermano questa immagine.

Nelle isole di Malta e Gozo e in molti altri siti, ad esempio, il mancato ritrovamento di armi da guerra, mura fortificate e difensive e segni di conflitto rafforza l’ipotesi di comunità pacifiche. Abbondavano in compenso i templi (nella foto, la muraglia alta sette metri che circonda quelli di Ggantija, a Gozo), la cui dimensione monumentale richiedeva il coinvolgimento di un gran numero di persone, da chi scavava, spostava ed erigeva i grandi massi che costituivano i templi e le imponenti muraglie che li circondavano, fino agli artisti in grado di creare sublimi sculture, vasi decorati e armoniose incisioni.

Questa stessa dimensione dimostra inoltre il ruolo centrale ricoperto dall’elemento spirituale in civiltà dotate di una grande maestria architettonica e una tecnologia molto avanzata nella lavorazione della pietra e capaci di mantenere progetti nel tempo, attraverso diverse generazioni. Proprio come è accaduto millenni più tardi, quando intere comunità unite dal fervore religioso hanno contribuito alla costruzione delle grandi cattedrali gotiche europee.

E’ come se un filo conduttore unisse periodi storici lontanissimi tra loro attraverso una ricerca di contatto con il Sacro che si manifesta in costruzioni immense, ma anche in una spiritualità profonda e gioiosa, a tratti repressa e cancellata dalla violenza e dall’intolleranza di altre religioni, ma sempre pronta a riemergere e a manifestarsi. I riti di fertilità del Neolitico si ritrovano nelle feste di primavera diffuse per secoli in ogni parte d’Europa e le spirali, simbolo universale dell’incessante flusso dell’energia vitale, decorano i luoghi sacri di tutto il mondo.

Se si considera il processo umano da questo punto di vista, riconoscere l’enorme contributo dato dalle civiltà “preistoriche” rappresenta un omaggio e un ringraziamento ai nostri antenati, lontani nel tempo, ma vicini a noi per la loro sensibilità.

 

Categorie: Opinioni, Umanesimo e Spiritualità
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