Intervista a Noam Chomsky: i negoziati israelo-palestinesi e la situazione in Siria

30.09.2013 - Rédaction France

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese, Francese

foto: Marwan Bu Haidar

Pressenza riporta qui la versione italiana dell’intervista telefonica del 06/09/2013 di `LE MUR A DES OREILLES’  a Noam Chomsky, nella quale si fa riferimento ai negoziati di pace tra palestinesi e Israeliani ma anche alla situazione attuale e futura in Siria.

Le Mur a Des Oreilles -LMaDO : Qual è la definizione di ‘trattative’ nel dizionario israelo-americano? E perché l’autorità palestinese si presta al gioco?

Noam Chomsky: Dal punto di vista degli Stati Uniti, i negoziati sono un modo per permettere a Israele di continuare con le proprie politiche sistematiche di confisca di tutto ciò che vuole in Cisgiordania, e di mantenere l’assedio su Gaza, la separazione di Gaza dalla Cisgiordania e, naturalmente, l’occupazione delle alture del Golan siriano. Tutto questo con il pieno appoggio degli Stati Uniti. E il quadro dei negoziati, come avviene da oltre venti anni anni dopo Oslo, è semplicemente una copertura.

LMaDO: Perché l’autorità palestinese si presta al gioco e continua a presentarsi al tavolo delle trattative?

NC: Probabilmente, in parte, per disperazione. Ci si può chiedere se è la scelta giusta, ma non hanno molte alternative.

LMaDO: Secondo lei quindi è più o meno per una questione di sopravvivenza se accettano il quadro dei negoziati?

NC: Se rifiutassero di partecipare a questi negoziati condotti dagli Stati Uniti, la loro base di appoggio crollerebbe. Sopravvivono principalmente grazie a donazioni. Israele ha fatto in modo che non sviluppassero un’economia produttiva. Essi sono una sorta di ‘Azienda Schnorrer’, come dicono in Yiddish: si può solo prendere in prestito e si vive con quello che viene concesso.

Hanno un’alternativa a questo? Non è molto chiaro. Ma se rifiutassero l’ingiunzione degli Stati Uniti a venire a negoziare, anche su basi totalmente inaccettabili, perderebbero il supporto finanziario. Un sostegno finanziario esterno tale che permette all’élite palestinese di vivere una vita piuttosto signorile, spesso persino sfarzosa, mentre intorno a loro la società si sgretola.

LMaDO: La caduta, il crollo dell’autorità palestinese sarebbe poi un male, dopo tutto?

NC: Dipende da cosa la sostituirebbe. Se, ad esempio, Marwan Barghouti fosse autorizzato a partecipare di nuovo alla società civile, come è successo a suo tempo con Nelson Mandela, questo potrebbe rinvigorire l’organizzazione di una società palestinese in grado di pretendere la soddisfazione di richieste sostanziali. Ma non dimentichiamo che hanno pochissime opzioni.

Torniamo indietro di vent’anni, all’inizio degli accordi di Oslo. C’erano dei negoziati in corso, i negoziati di Madrid, nei quali la Palestina era rappresentata da Haider Abdel-Shaf, uomo della sinistra nazionalistica, molto rispettato in Palestina. Aveva rifiutato i termini dei negoziati posti da Israele e dagli Stati Uniti, che esigevano la continuazione dell’espansione delle colonie. Il suo rifiuto ha comportato il blocco completo dei negoziati, che quindi si sono conclusi con un nulla di fatto.

Nel frattempo, Arafat e i palestinesi all’estero utilizzavano per così dire un percorso alternativo verso Oslo e assumevano il controllo dei negoziati. Haider Abdel-Shaf era così contrario che non ha neanche partecipato a quella messa in scena senza senso che mostrava un Clinton raggiante mentre Arafat e Rabin si stringevano le mani. Non si era presentato perché aveva capito che si trattava di un vero e proprio tradimento. Ma essendo un uomo di principi, non riusciva ad ottenere nulla.

E non otterremo nulla senza un sostegno significativo da parte dell’Unione europea, dei paesi del Golfo e, in definitiva, degli Stati Uniti.

LMaDO: Secondo lei, quali sono le questioni realmente in gioco nei recenti avvenimenti in Siria? E quale potrebbe essere l’impatto sulla regione?

NC: La Siria sta andando verso il suicidio. Questa è una storia orribile che peggiora di giorno in giorno. Non c’è alcun barlume di speranza all’orizzonte. Quello che accadrà, se continua così, è che la Siria sarà alla fine divisa, probabilmente in tre regioni: una regione curda, che già si sta formando e potrebbe unirsi in qualche modo al Kurdistan iracheno semi-autonomo, forse attraverso un qualche accordo con la Turchia.

Il resto del paese sarà diviso tra una regione dominata dal regime di Assad, un regime orribilmente violento, e un’altra area dominata dalle diverse milizie, che vanno da quelle estremamente violente e brutali ad altre più laiche e democratiche.

Nel frattempo, Israele osserva e si gode lo spettacolo. Il New York Times questa mattina ha citato un leader israeliano che praticamente esprimeva il proprio compiacimento nel vedere gli arabi massacrarsi a vicenda.

Questo va benissimo anche agli Stati Uniti, che non vogliono alcuna soluzione a questo conflitto. Se gli Stati Uniti e Israele volessero davvero aiutare i ribelli – cosa che non è – sarebbe per loro facile, senza intervento militare. Ad esempio, se Israele schierasse truppe sulle alture del Golan (certo, si tratta dell’altopiano del Golan siriano, ma ormai il mondo più o meno tollera, e persino accetta, l’occupazione israeliana in questa zona); se facesse solo questo, Assad sarebbe costretto a spostare le forze a sud, il che darebbe un po’ di sollievo ai ribelli. Ma nulla lascia pensare che ciò possa accadere. Così come non danno alcun aiuto umanitario all’enorme numero di rifugiati. Non fanno nessuna delle cose semplicissime che potrebbero fare.

Tutto questo fa pensare che Israele e Stati Uniti preferiscano che le cose vadano esattamente come stanno andando, come sosteneva il New York Times di questa mattina. Nel frattempo, Israele può celebrare il suo status di “Villa nella giungla”, come amano auto-definirsi.

In un interessante articolo di Aluf Benn pubblicato su Hareetz si legge di come gli israeliani si divertano, vadano in spiaggia, auto-congratulandosi di essere questa “villa nella giungla”, mentre lì fuori le bestie feroci si uccidono a vicenda. E, naturalmente, secondo questa rappresentazione, Israele non sta facendo altro che difendersi. Una rappresentazione che loro amano e che non sembra dispiacere agli americani. Il resto è solo una presa in giro.

LMaDO: Cosa ne pensa delle discussioni a proposito di eventuali attacchi statunitensi? Potrebbe accadere?

NC: Un bombardamento?

LMaDO: Sì.

NC: Beh, c’è un interessante dibattito negli Stati Uniti a questo proposito. L’estrema destra, che si sente un po’ lontana dal consesso internazionale, si oppone, per quanto non per ragioni che approvo. Dice: ‘ Perché dovremmo risolvere i problemi degli altri e sprecare le nostre risorse? ‘

Si chiedono, letteralmente: “Chi verrà a difenderci quando saremo attaccati, visto che passiamo il tempo ad aiutare i paesi stranieri?” Questa è l’estrema destra.

Per sapere come la pensa la destra ‘moderata’, possiamo leggere ciò che dice gente come David Brooks del New York Times, ad esempio, considerato un intellettuale di destra.

Per lui, il tentativo americano di ritirarsi dalla regione non ha un effetto di “contenimento”. Sostiene che, al contrario, la presenza delle forze americane nella regione ha un effetto benefico. Questo migliora la situazione, come si può vedere per esempio in Iraq. Ma se ci ritiriamo, non siamo più in grado di gestire e migliorare la situazione.

Questa è l’opinione più diffusa, dagli intellettuali di destra fino ai liberal-democratici, ecc…Poi ci sono grandi dibattiti per chiedersi “Dobbiamo esercitare la nostra “responsabilità di proteggere”?»

Bene, diamo un’occhiata al bilancio di questo compito di protezione americano. Il fatto stesso che queste parole possano essere pronunciate la dice lunga sulla cultura morale e intellettuale degli Stati Uniti e dell’Occidente in generale. Per non parlare del fatto che si tratta di una grave violazione del diritto internazionale.

L’ultima trovata di Obama è stata quella di dire che non è stato lui a stabilire “la linea rossa„ ma il mondo, attraverso le convenzioni sulla guerra chimica. In effetti, il mondo ha un trattato su questo argomento, trattato che Israele non ha firmato e che gli Stati Uniti hanno totalmente ignorato, per esempio quando hanno appoggiato l’uso di armi chimiche da parte di Saddam Hussein. Oggi, quel fatto è utilizzato per denunciare Saddam Hussein, e ci dimentichiamo che questi era non solo tollerato, ma chiaramente sostenuto dall’amministrazione Reagan. Ovviamente, la convenzione sulla guerra chimica non ha alcun potere coercitivo.

La responsabilità di proteggere è una cosa che non esiste. È un imbroglio. Un’invenzione dell’Occidente. Si tratta in realtà di una nozione, per meglio dire due nozioni: la prima è stata approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che parla di “Responsabilità di proteggere” ma non dà nessuna autorizzazione a intervenire, in qualsiasi forma, tranne che ai sensi della carta delle Nazioni Unite. C’è una seconda versione, adottata solo dall’occidente, Stati Uniti e loro alleati, che è unilaterale e che sostiene che la responsabilità di proteggere permette “l’intervento militare da parte di organizzazioni regionali, nella zona da esse controllate, senza l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza »

Tradotto in parole povere, vuol dire che gli Stati Uniti e la NATO sono autorizzati a usare la violenza quando lo decidono e senza l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza. Ecco cos’è la responsabilità di proteggere nel linguaggio occidentale. Se non fosse così tragico, sarebbe ridicolo.

LMaDO: Grazie professor Chomsky, è stato un piacere discutere con lei.

Fonte http://lemuradesoreilles.org/2013/09/06/interview-pr-noam-chomsky/

Traduzione dall’inglese di Giuseppina Vecchia

Categorie: Internazionale, Interviste, Medio Oriente, Questioni internazionali

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