Cronaca di una domenica ad Ankara: la repressione continua

18.06.2013 - Pressenza IPA

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

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Ci giungono testimonianze da varie città della Turchia. Sono tutte molto simili: incessanti proteste della popolazione contro il premier Erdogan e il governo e azioni di polizia ogni giorno sempre più violente nei confronti di manifestanti di ogni età, inermi, che chiedono solo giustizia. Ma che, in cambio, hanno la solidarietà della cittadinanza.

Oggi, 15 giugno 2013, abbiamo sperimentato da vicino, ancora una volta, la continua violenza dei poliziotti anti-sommossa. Intorno alle 14,30 sono uscito di casa per comperare del pane. Ancora prima di uscire, avevo sentito delle grida, numerosi lanci di gas lacrimogeni e alcuni elicotteri che continuavano a sorvolare la mia abitazione. Sono sceso in strada e ho visto alcuni gruppi di persone che guardavano tutte nella stessa direzione. E ho capito che stava succedendo qualcosa. Arrivando sul viale, ho visto sulla sinistra alcuni serbatoi pronti a produrre getti d’acqua, carri armati e mezzi corazzati che lanciavano gas lacrimogeni, ma non si vedeva alcuna protesta, solo gente che camminava o era seduta sui marciapiedi. Lanciavano lacrimogeni all’interno del parco, di fronte a me e alla mia sinistra. Ho visto qualcuno che correva. In strada c’erano i resti di una barricata. Perciò ho pensato che, in precedenza, doveva esserci stata parecchia gente.

I mezzi corazzati si muovevano lanciando gas lacrimogeni. Sono stato costretto a respirare di nuovo questa sostanza altamente tossica, che impedisce di respirare e brucia naso e occhi. La gente dai marciapiedi urlava la propria rabbia alla polizia. Non c’erano automobili, solo taxi. Sono andato a comprare il pane e il personale del negozio aveva già pronte le maschere anti-gas. Ed erano tutti arrabbiati. Perciò immagino che prima, lungo il viale, la polizia abbia lanciato parecchi lacrimogeni contro le persone.

Molto più tardi, dopo aver aiutato alcune persone a sfuggire alla polizia, ospitandole a casa nostra, abbiamo appreso che parecchia gente era andata a Kizilay, al funerale di una persona uccisa quanche giorno fa a Batikent, un altro quartiere di Ankara, durante una serie di assalti violenti. E che lì, la polizia aveva impedito l’ingresso alla piazza cominciando immediatamente a lanciare gas lacrimogeni e getti d’acqua. E i manifestanti avevano dovuto ritirarsi lungo il viale, inseguiti dalla polizia. Un po’ alla volta si sono dispersi in piccoli gruppi per salvarsi dagli assalti.

Poco dopo essere rientrato a casa mia, è arrivato Kamil con la faccia stralunata e mi ha detto di essere stato avvolto da una nube di gas proprio mentre veniva da me. Per fortuna non era grave. Si è lavato la faccia e gli occhi e mi è sembrato che stesse meglio. Anche lui era andato a quel funerale. Si è fermato un po’ da me, raccomandandomi di non uscire perché c’erano poliziotti e lacrimogeni dappartutto. Molta gente si era radunata a Batikent, Mamak, Dikmek, Kugul Park e Çankaya, per poi andare verso Kizilay.

Poco dopo abbiamo sentito delle grida e, improvvisamente, abbiamo visto entrare dalle finestre aperte una nube densa. In meno di un secondo, la casa era piena di gas. Abbiamo chiuso velocemente le finestre, ma in cucina non si poteva restare. Per effetto del gas, gli occhi mi bruciavano così tanto che ho dovuto prendere un farmaco contro il gas lacrimogeno. Mi ha fatto effetto e, a poco a poco, gli occhi si sono calmati. Erano completamente arrossati. Ci siamo rifugiati in salotto, dove si riusciva a respirare un po’ meglio. Dopo mezz’ora, ho aperto una finestra per annusare l’aria e il gas si era già abbastanza diluito. Così abbiamo riaperto tutte le finestre per arieggiare la casa e con una tovaglia ho cercato di “mandar via” il gas rimasto all’interno della casa.

Intorno alle 18,00 sono arrivati Ariman e Hasan e, salendo le scale, facevano fatica a respirare a causa di tutto il gas che era ancora nel corridoio. Abbiamo parlato della situazione. La gente era davvero scioccata. Yüksel era andato a trovare sua madre e a prendere suo figlio.

Alle 19,00 abbiamo deciso di uscire per vedere com’era la situazione all’esterno. In quel momento sembrava che fosse tutto calmo. Siamo riusciti ad arrivare in strada e lì abbiamo visto alcuni gruppi di giovani e altri ragazzi che arrivavano da altre vie.

Parlavano tra loro e sembrava che stessero decidendo in quale direzione andare. All’improvviso, abbiamo visto un gruppo che correva verso di noi e, all’altezza del viale, abbiamo visto spuntare un cordone di polizia che chiudeva la strada. Volevamo cambiare direzione, ma dopo alcuni passi abbiamo notato altra gente che correva e qualcuno che avvertiva i gruppi che erano vicino a noi di andaresere alla svelta. Un giovane ci dice, in inglese, che anche dalla nostra parte sta arrivando la polizia e che è meglio scappare da lì. E così abbiamo dovuto per forza ritornare a casa, a 50 metri di distanza. Mentre arrivo al giardino del nostro palazzo, mi volto e vedo il cordone di polizia proprio alla base delle scale. Faccio una fotografia al volo. Cominciano ad urlare. Con noi c’erano una donna con la figlia e un altro ragazzo e abbiamo detto loro di entrare velocememnte in casa nostra perché non sapevano dove rifugiarsi. Un quarto ragazzo era passato dal retro del palazzo de era già sulla porta d’ingresso. Siamo entrati subito in casa.

Le due donne avevano gli occhi arrossati, così abbiamo dato loro le ultime due pastiglie che avevamo. Ci hanno ringraziato più volte, anche per aver dato loro un rifugio sicuro. Sono persone perbene, che non appartengono ad alcun partito e sono arrabbiate per ciò che Erdogan sta facendo al paese e alla gente. Ci hanno spiegato che la maggior parte della gente che protesta sono persone normali, che durante la settimana lavorano. E’ scoppiata la protesta, perché erano molto frustrate e avevano bisogno di sfogarsi. E così, veniamo anche a sapere che in questi 15 giorni di protesta, la polizia ha lanciato gas lacrimogeni e bombe chimiche 6 volte di più che in tutto il resto d’Europa. Gas lacrimogeno che è stato importato proprio dall’Europa. Ci hanno detto che la gente sta protestando in molte zone della città e che, anche lì, la polizia la sta attaccando con i gas lacrimogeni.

Erano sempre al cellulare, credo per dare e ricevere informazioni. Poco dopo hanno voluto uscire di nuovo in strada, perché i loro amici li stavano cercando. Ci hanno ringraziato per averli fatti entrare in casa. Brava gente, assolutamente normale.

Più tardi mi è venuta voglia di uscire per vedere la situazione a Kizilay. Mentre passeggiavo per il viale in direzione di Kizilay, non c’era quasi nessuno. La maggior parte dei negozi e dei ristoranti erano chiusi, mentre di solito restavano aperti fino alle 22,00. Per le strade principali circolavano solo alcuni taxi. Le vie laterali erano completamente deserte. Però si sentiva ovunque rumore di stoviglie e di altri rumori domestici. Durante tutto il percorso fino a Kizilay, lo stesso rumore di pentole e altro. In alcune vie, gruppi di gente erano in strada con le loro stoviglie. Immagino che questa forma di protesta dia loro forza e un senso di unione degli uni agli altri. Anche a Kizilay è tutto deserto, con pochissimi bar aperti e pochissima gente in giro. Normalmente, a quest’ora questa zona è piena di gente. E’ una città quasi fantasma.

Mentre sto scrivendo, sento di nuovo il lancio dei lacrimogeni. Ormai conosciamo perfettamente il rumore che hanno. Contemporaneamente, sento molte automobili che suonano i clacson in segno di protesta. La gente non ha intenzione di fermarsi e cerca i modi più svariati per continuare la protesta. Non credo che sarà una notte tranquilla. La gente è molto arrabbiata per tutta questa violenza. Domani vedremo come proseguirà.

* I nomi sono stati cambiati per evitare rischi al nostro cronista e ai collaboratori *

Tradotto dallo spagnolo da Laura Pavesi

 

Categorie: Europa, Internazionale, Pace e Disarmo, Politica
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