Sappiamo cosa mangiamo?

12.03.2013 - Esther Vivas

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Francese, Portoghese

Sappiamo cosa mangiamo?
(Foto di Ben Heine)

Se ieri ci vendevano carne di gatto per lepre, oggi fanno passare carne di cavallo per bovino. Sapere cosa mangiamo sta diventando di giorno in giorno più difficile  Il recente scandalo alimentare scoppiato con la scoperta di presenza di carne di cavallo là dove doveva esserci carne di manzo lo mette chiaramente in evidenza. Cannelloni di La Cocibera, hamburger di Eroski, ravioli e tortellini della Buitoni, polpette di Ikea sono alcuni dei cibi ritirati dal mercato. Appare chiaro che non abbiamo alcuna idea di cosa ci mettiamo in bocca.

L’Irlanda e la Gran Bretagna sono state le prim a scoprire la presenza di DNA equino in hamburger etichettati, teoricamente, come contenenti carne bovina. Aziende come Tesco, Lidl, Aldi, persino Burger King sono state costrette a ritirare questi prodotti. In Spagna, il governo aveva negato l’esistenza di una situazione simile. Qualche settimana più tardi, l’organizzazione dei consumatori ha però trovato carne di cavallo negli hamburger a marca Eroski e AhorraMas.

Questa è la conseguenza della globalizzazione alimentare e della delocalizzazione di agricoltura e cibo, conseguenze che prima o poi arrivano anche da noi. Il ministero per l’Agricoltura, il cibo e l’ambiente [spagnolo] ha dovuto, alla fine, riconoscere la presenza di carne di cavallo in prodotti venduti come manzo. E grosse compagnie, come Nestlé e altre, hanno ritirato dal commercio i prodotti incriminati.

Benché la sostituzione di un tipo di carne con un’altra non sia di per sé nociva alla salute, il caso ha rinfocolato i timori per quello che mangiamo e chi regge le fila del sistema alimentare, ha però dimostrato per l’ennesima volta come gli interessi di una manciata di multinazionali dell’industria agro-alimentare vengano posti al di sopra dei bisogni della gente. Così, se produrre carne di cavallo costa meno, carne di cavallo sarà quello che arriverà nel piatto.

A questo si aggiunga che scoprire dove la frode si è originata diventa una “mission impossible” all’interno di una filiera che vede il cibo viaggiare in media cinquemila chilometri, stando ad un rapporto di Friends of the Hearth (Amici della Terra), prima di arrivare sulle nostre tavole. Un hamburger può contenere carne proveniente da diecimila mucche e attraversare cinque diversi paesi prima di giungere nel supermercato. Da dove arrivava la carne di cavallo? L’Irlanda dapprima ha accusato la Spagna, poi la Polonia. Quando il caso è scoppiato in Francia, è stata additata come colpevole una fabbrica in Lussemburgo la quale, a sua volta, ha dichiarato che la carne proveniva dalla Polonia, mentre quest’ultima dichiarava di aver ricevuto la merce dai Paesi Bassi e da Cipro. Impossibile ottenere una risposta.

La storia si ripete. Ogni qual volta un nuovo scandalo fa la sua comparsa, si rivedono le stesse accuse incrociate, l’allarme sociale, l’impossibilità di scoprirne l’origine, tonnellate di cibo in discarica. È successo con l’e.coli e i cetrioli, e ancor prima con i polli alla diossina, la mucca pazza, la peste suina, e tanti altri. E succederà ancora. É l’altra faccia di un sistema alimentare che in realtà non funziona e non è né in grado di sfamarci in modo sano e sicuro, né di essere trasparente, né di debellare la fame nel mondo.

Questi scandali in campo alimentare sono il risultato di un modello perturbato, petrolio-dipendente, senza contadini, intensivo, drogato di pesticidi, che sostanzialmente vuole fare affari con qualcosa di così essenziale come il cibo. Anche l’influenza suina e quella avicola hanno avuto origine da allevamenti intensivi su larga scala, dove gli animali vivono in ambienti sovraffollati, in condizioni crudeli, allevati con forti dosi di antibiotici, e trattati come merce.

Oggigiorno la catena alimentare, che vede a un estremo il contadino/produttore e all’altro il consumatore, si è talmente allungata che né l’uno né l’altro ha più alcun potere di influenzarla. Il nostro cibo è nelle mani di industrie che monopolizzano ogni singola fase di produzione, lavorazione e distribuzione degli alimenti, dal seme al supermercato, imponendo le proprie regole. E se il nostro diritto a sfamarci è nelle mani di aziende come Cargill, Dupont, Syngenta, Monsanto, Kraft, Nestlé, Procter & Gamble, Mercadona, Alcampo, El Corte Inglés, Carrefour e così via, è evidente che questo diritto, come dimostra la cronaca, non è garantito.

Abbiamo una sola alternativa: riappropriarci delle politiche agricole e alimentari. Per mettere fine alla dittatura dei mercati sul cibo. Per esigere quello che ci viene negato come individui e come cittadini: il diritto di decidere, il diritto alla sovranità, e nel caso specifico alla sovranità alimentare. E per tornare ad essere padroni della nostra agricoltura e della nostra alimentazione.

*Esther Vivas è un’attivista di diversi movimenti di Barcellona. Ha partecipato a varie campagne a favore della sovranità alimentare, e ha scritto svariati articoli e libri sul problema.

 

**Articolo originale: http://esthervivas.com/2013/03/01/sabemos-que-comemos/

 

Traduzione dallo spagnolo di Giuseppina Vecchia

Categorie: Ecologia ed Ambiente, Economia, Internazionale, Opinioni
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