C’è la complicità europea nella repressione delle proteste popolari in Bahrain

10.03.2013 - Elisa Gennaro

C’è la complicità europea nella repressione delle proteste popolari in Bahrain
(Foto di http://www.bahrainrights.org/en/taxonomy/term/12 )

Nessuna buona notizia giunge dal Dialogo Nazionale in Bahrain, intesa tra la monarchia al potere e l’opposizione per porre fine alle violenze e avviare discussioni politiche che creino i presupposti di quel processo democratico per il quale il popolo del Bahrain sta pagando un alto prezzo continuando la protesta.

Non si sono mai fermati gli arresti di attivisti e i processi illegali e, a due anni esatti dall’anniversario del raduno popolare per una riforma democratica del sistema di governo e per un’equa distribuzione dei diritti tra la popolazione, scontri e atti di persecuzione restano all’ordine del giorno.

A maggioranza sciita per il 75%, il Bahrain vive da sempre tensioni interne, la distribuzione di poteri e l’erogazione dei servizi di cittadinanza avvengono in maniera diseguale. La casa regnante, rappresentanza della minoranza sunnita, continua la sua guerra contro la massa di popolazione sciita, gettando benzina sul conflitto di natura settaria e minacciando di revocare la cittadinanza a numerosi individui sciiti, come è accaduto a fine 2012 per decine di attivisti.

In queste settimane dalla protesta del Bahrain, che ha molto attirato l’attenzione mondiale per le gravi violazioni ai Diritti Umani, giunge una controversa relazione commerciale che due compagnie europee avrebbero stretto con il governo del Bahrain e dal quale scaturirebbe un loro coinvolgimento diretto nell’oppressione del diritto di manifestare in Bahrain.

Al centro di questo accordo commerciale ci sarebbe la presunta vendita di software per l’intercettazione dei protestanti dai Social Network alle telefonate su Skype, dalle e-mail ai telefoni cellulari.

Il Centro locale per i Diritti Umani, i cui leader sono tutti in prigione per opposizione politica, insieme a Reporter senza Frontiere (RSF) e altre ONG hanno presentato una denuncia a OECD (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) nei confronti delle due società in questione per aver violato il codice di condotta interno all’Organizzazione vendendo al governo del Bahrain materiale ed equipaggiamento che svela una complicità nella dura repressione delle proteste popolari nel piccolo Paese del Golfo.

Queste apparecchiature rendono possibile seguire anche i numerosi attivisti del Bahrain che condividono la protesta dall’estero.

Gamma International (britannico-tedesca) e Trovicor (tedesca) ora sono chiamate a spiegare alla propria organizzazione OECD il limite legislativo, quello sulla privacy ad esempio, di questo accordo commerciale stipulato con il governo del Bahrain.

Dietro il pretesto di non poter svelare l’identità dei propri clienti, i responsabili di entrambe le società continuano a sottrarsi dal fornire qualunque spiegazione.

L’alta presenta tedesca in questo affare riporta alla mente un altro episodio, poco precedente allo scoppio delle proteste in Bahrain (14 febbraio 2011), quando la Germania aveva venduto alcuni carri armati all’Arabia Saudita sostenendo di voler aiutare la monarchia saudita a proteggere la stabilità sulle frontiere con altri Paesi confinanti. A un mese esatto da quel 14 febbraio, l’Arabia Saudita avrebbe guidato un intervento armato delle forze del Gulf Cooperation Council (GCC) a sostegno della monarchia regnante in Bahrain.

Categorie: Diritti Umani, Medio Oriente
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