Viviamo un momento storico molto delicato in cui sembra regnare sovrana la sfiducia e la diffidenza tra le persone. Che sia reale o psicologica la paura dei nostri tempi e la paura della paura hanno preso il sopravvento nella nostra quotidianità. Ci sorvola un senso di sospensione e di incertezza, i sorrisi scompaiono dai visi della gente e nelle loro interazioni gli individui, senza nemmeno accorgersene, trasmettono quasi esclusivamente negatività e dipingono cupi e bui scenari.

Alla ricerca del cammino del cambiamento e del miglioramento incrociamo e ci intratteniamo con Olivier Turquet, coordinatore del Centro Studi Umanisti [Ti con zero](http://www.csuticonzero.org), insegnante e studioso della nonviolenza, redattore dell’agenzia di stampa internazionale [Pressenza](http://www.pressenza.com) nonché direttore dell’Associazione editoriale umanista [Multimage](http://www.multimage.org). Proviamo con Olivier a scoperchiare un contenitore dal quale speriamo possa arrivare una luce viva ed affrontiamo così il tema della nonviolenza.

*Storicamente da dove nasce il concetto etico della nonviolenza?*

Bella domanda. Il problema è complesso; la stessa parola nonviolenza deriva da una traduzione nelle lingue europee della parola sanscrita *ahimsa* che Gandhi divulga a partire da antiche tradizioni orientali. La traduzione in *nonviolenza*, per giunta ancora spesso scritta con il trattino, non rende il concetto gandhiano né quelli successivi ed induce a pensare alla nonviolenza come qualcosa ‘contro la violenza’ che non rende affatto l’idea.

Direi che facendo salve le origini in antiche tradizioni orientali (buddhismo, taoismo) possiamo anche sottolineare il contributo di Tolstoj con la sua teoria della “non resistenza al male con il male” che l’anarchico russo attribuisce a Gesù Cristo nel “Sermone della Montagna”. A questa visione si ispira lo stesso Gandhi. In seguito molti altri riprendono il tema in vari contesti culturali: Silo, dall’Argentina, dà fin dall’inizio una definizione molto etica della nonviolenza e dell’umanesimo: “puoi porre fine alla violenza in te, negli altri e nel mondo che ti circonda unicamente con la fede interiore e la meditazione interiore”.

Ugualmente nel panafricanesimo originario della decolonizzazione ci sono elementi nonviolenti ed etici molto forti, legati alle migliori tradizioni africane. Allo stesso tempo da Oriente arrivano segnali nonviolenti diversi ma complementari a quelli ‘indiani’: il buddhismo sociale del monaco zen Thich Nath Hanh, la lotta politica di Aung San Suu Kyi, gli studenti di Tienanmen. Questi fermenti si mondializzano e si influenzano reciprocamente alla fine del millennio e molti parlano di una nuova sensibilità. Provando a sintetizzare: la nonviolenza è un termine moderno per indicare atteggiamenti etici molto antichi. I grandi maestri della seconda metà del ventesimo secolo gli hanno dato una nuova veste, adatta ai tempi moderni.

*Nel linguaggio corrente l’utilizzazione del termine ‘nonviolenza’ viene spesso ‘volgarizzata’ facendole perdere il suo forte valore e significato, possiamo fare chiarezza e cercare di darne una definizione più esaustiva e completa?*

Credo che la confusione a cui fai riferimento sia coerente con la confusione spiegata prima: la nonviolenza come qualcosa contro qualcos’altro. La nonviolenza è invece un atteggiamento positivo, uno stile di vita e una metodologia d’azione: con sfumature tutti coloro che si rifanno alla nonviolenza sono d’accordo su queste tre cose.

Conseguentemente a questo io direi che la nonviolenza è un atteggiamento che non tollera e che lotta per l’eliminazione di ogni forma di violenza (economica, politica, discriminatoria, religiosa, psicologica ed infine fisica); è uno stile di vita coerente con questo atteggiamento; è una metodologia d’azione con pratiche precise: la resistenza passiva, la denuncia, lo sciopero, l’organizzazione sociale di base, il metodo del consenso, tanto per citarne alcune. In questo senso il recente contributo sia teorico che pratico degli Indignati nell’ultimo anno è stato fruttuoso e molto interessante.

*Esistono quindi tante visioni, forse anche tante interpretazioni della nonviolenza e, a mio avviso, uno tra questi è quello che la lega al riconoscimento di umanità di tutti gli esseri, che ne pensi?*

Il riconoscimento dell’umanità dell’altro è senz’altro un elemento comune delle correnti che si rifanno alla nonviolenza. Ma vorrei anche sottolineare che, quando parliamo di reali movimenti nonviolenti e non di posizioni di facciata, i nonviolenti sono sostanzialmente d’accordo tra loro e sanno lavorare molto bene insieme; vorrei citare a questo proposito la recente manifestazione Ascoltateli! a Torino sul tema TAV che ha riunito nonviolenti di varie ‘scuole di pensiero’ (gli umanisti, il movimento nonviolento, il “Sereno Regis” e vari altri) che hanno lavorato magnificamente insieme.

*Si fa spesso confusione tra i concetti di pacifismo e quelli di nonviolenza*

È semplice: il pacifismo è contro la guerra e ci sono pacifisti che pensano che l’assenza di guerra sia la pace; per i nonviolenti la pace è molto di più che l’assenza di guerra perché sottolineano che la violenza fisica è solo la forma più superficiale ed evidente di violenza e non è la più pericolosa; molto peggio, in questo momento storico, è la violenza economica che, tra l’altro, è il vero motore delle guerre, ottimo business sia prima che durante che dopo la guerra.

Storicamente il pacifismo è stato un tatticismo contro il nemico politico di turno e non un atteggiamento a favore del miglioramento radicale della condizione umana, com’è nella natura dei nonviolenti. La distanza tra pacifismo e nonviolenza è grande: è ovvio che i nonviolenti sono contro la guerra (e quindi pacifisti) ma è ovvio che il solo pacifismo non va molto lontano. Inoltre il ‘banditismo semantico’ – come dice Chomsky – ha ormai trasformato la definizione di pacifisti in qualunque cosa.

*Come si concilia l’attitudine di coloro che si dichiarano con convinzione non violenti con certe abitudini di vita quotidiana che quasi sembrano scisse e disgiunte dal quel credo di vita. Un esempio su tutti, ci si dichiara non violenti, ma si mangia carne, pesce, ci si veste in pelle, in lana, ecc.?*

La nonviolenza, abbiamo detto, è uno stile di vita: entriamo in una sfera personale, la sfera della coerenza, dell’etica. Gandhi e Capitini erano per il vegetarianesimo e per uno stile di vita ‘frugale’, ‘francescano’; altri sottolineano di più la coerenza nel rispetto della Regola d’Oro, tratta gli altri come vuoi essere trattato. Tutti condividono il rispetto e la valorizzazione della diversità culturale e personale.

Negli stessi ambiti vegetariani e vegani si sottolinea la priorità di rifuggire ogni complicità con la crudeltà verso gli animali, per esempio. “Segui regole semplici, come sono semplici queste pietre, questa neve e questo sole che ci benedice” conclude Silo nel suo discorso sotto l’Aconcagua del 1969 che è considerato la pietra miliare della definizione della nonviolenza umanista. C’è varietà e diversità sulla coerenza, tra i nonviolenti; e c’è dibattito e ricerca oltre le verità assolute.

*Può la nonviolenza rappresentare un concreto cammino della speranza per un mondo diverso, per un cambiamento che porti all’affermazione dei diritti umani, più in generale al riconoscimento dei diritti degli esseri umani?*

Questo è evidente. Però direi di più: c’è una forte denuncia di chi, in nome dei Diritti Umani organizza guerre e colpi di stato con la scusa dell’intervento umanitario: abbiamo una discreta casistica che ha fatto inserire, tra gli obiettivi qualificanti della prima Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza, il ritiro immediato dai territori occupati. Però sì, la nonviolenza sta in prima fila nell’affermazione dei diritti umani: l’educazione, la sanità, la democrazia reale, i diritti di tutti i discriminati per ragioni razziali, economiche, di genere, di preferenza sessuale, di credenza religiosa, l’abolizione definitiva della pena di morte ecc. ecc.

Diciamolo più chiaramente, con forza: la nonviolenza **è il cammino** della speranza per un mondo migliore; è la via d’uscita più coerente da questo casino in cui alcuni esseri umani, per il proprio tornaconto personale, hanno messo il resto dell’Umanità; è ora che questo cammino venga abbracciato dal più alto numero di persone possibile, è ora che tutti i nonviolenti si uniscano ed abbattano il muro sempre più pericoloso della violenza che sembra essersi installato in tutto il nostro caro pianeta.

[Dario Lo Scalzo](http://www.ilcambiamento.it/autori/dario_lo_scalzo/)