Quest’anno il campo di Dadaab compie 20 anni.
Aperto nel 1991, per rispondere ai flussi di Somali che abbandonavano le loro case nel mezzo della guerra civile, Dadaab era stato originariamente ideato per ospitare 90.000 persone. Ad oggi, ce ne sono circa 450.00, secondo quanto [stima l’UNHCR](http://data.unhcr.org/horn-of-africa/region.php?id=3&country=110)
Con gli esperti climatici che [prevedono](http://www.irinnews.org/Report/94985/HORN-OF-AFRICA-Drought-warning-prompts-call-for-early-action) ulteriori periodi di siccità nella regione, questo numero è destinato a crescere nei prossimi 6 mesi.

**Un Terreno difficile**

Il futuro di Dadaab, tuttavia, appare incerto e fuori dal controllo dei suoi abitanti. Citando i costi del campo che gravano sul popolo e sul governo del Kenya, e con le recenti dichiarazioni da parte del governo somalo che parlerebbe di una ritrovata stabilità, i funzionari kenioti hanno iniziato una campagna per la chiusura del campo stesso e una progressiva, graduale, dipartita di chi lo abita.
Lo scrittore del Daily Nation, [Randall Smith](http://www.nation.co.ke/oped/Opinion/Time+to+shut+down+Dadaab+refugee+camp+/-/440808/1334400/-/uu7uh6z/-/index.html), ad esempio, sta spingendo affinché con la supervisione dell’ONU si ultimi lo sgombero in 2 anni, operazione che dovrebbe essere accompagnata da programmi per la ricerca di lavoro per coloro che tornano nei paesi d’origine. Ma, mentre una soluzione a lungo termine che consenta alla popolazione di fare ritorno a casa sembra positiva, la realtà è ben più complicata. E in termini logistici significa ad esempio spostare una popolazione di circa mezzo milione di persone, praticamente l’equivalente dell’intera Repubblica di Capo Verde.

Le implicazioni economiche e culturali di questo sgombero sono ancora più pesanti. Circa 260.000 individui del campo hanno meno di 18 anni e 10.000 di essi appartengono oggi alla terza generazione di rifugiati, nati da genitori a loro volta nati a Dadaab.

Per molti Dadaab è l’unico luogo che possono chiamare casa e l’unico che abbiano mai conosciuto. Smantellare questa comunità potrebbe forse essere ancora più traumatizzante per gli abitanti che la fuga dei loro genitori o dei loro nonni dalla Somalia.

**Sviluppo sociale ed economico**

Ciò che probabilmente crea più confusione su Dadaab, è lo stato del campo stesso.
Come terzo centro urbano più grande del Kenya, Dadaab è molto più simile ad una città che a un campo profughi, una realtà che si riflette sulle sue strutture sociali ed economiche.
In questi 20 anni, anche grazie all’aiuto di almeno 18 ONG internazionali, Dadaab ha sviluppato infrastrutture e ha un’economia interna in crescita. Ci sono 3 [ospedali](http://www.chathamhouse.org/publications/twt/archive/view/178591), con 320 letti e 3 sale operatorie. Grazie alle donazioni generose che hanno fatto della scuola una priorità, oggi a Dadaab il 38% dei bambini frequentano, sebbene in classi affollate, la scuola elementare o media
L’attività economica è piuttosto sviluppata. Il capitale, originariamente generato dalla vendita parziale di razioni di cibo, è oggi creato grazie ai presiti delle ONG per attività economiche quali la produzione di tessuti e il macello di bestiame; contributi giungono anche dalle comunità della diaspora e dal lavoro volontario.
Si stima che ci siano circa [5000](http://www.guardian.co.uk/global-development/2011/sep/08/dadaab-somali-refugees?INTCMP=ILCNETTXT3487) attività economiche attualmente operative con un income annuale di 25 milioni di dollari.
Le strutture sociali ed economiche di Dadaab non sopravvivrebbero al processo di rimpatrio e certamente molte andrebbero distrutte.

**I costi per il Kenya**

Il campo ha creato un centro economico in una regione occupata tradizionalmente da comunità pastorali. Con diverso impatto sulla popolazione locale.

Da un lato il sistema del campo ha portato forme di reddito e attività economiche. Le comunità locali guadagnano circa 1.8 milioni di dollari all’anno grazie alla vendita del bestiame alla popolazione di Dadaab.
D’altro canto, tra kenioti e rifugiati è cresciuta l’animosità, soprattutto a causa della gestione delle risorse già scarsamente disponibili nella regione. In particolar modo l’accesso all’acqua e alle risorse di legname ha causato frizioni tra le due comunità, con una popolazione crescente nel campo che fa uso delle materie in maniera non sostenibile.

Durante i periodi di siccità queste tensioni sono state esacerbate dagli aiuti internazionali ai rifugiati che superano quelli alle comunità locali. L’accesso iniquo alle risorse ha spinto 40.000 kenioti a registrarsi illegalmente come rifugiati.

Anche la sicurezza è divenuta motivo di preoccupazione per il Kenya direttamente impegnato a combattere i terroristi di al Shabaab in Somalia. Il recente [rapimento](http://www.reuters.com/article/2011/10/13/us-kenya-kidnap-idUSTRE79C2T420111013) di due volontari lavoratori del campo e gli episodi di [violenza](http://www.bbc.co.uk/news/world-africa-16247634) sempre più frequenti sono preoccupanti per i politici che vedono anche un inasprirsi del conflitto somalo.

**Restare o partire?**

Le [richieste](http://www.thebridgem.com/index.php?option=com_content&view=article&id=474:kenya-plans-to-relocate-many-thousands-of-somali-refugees&catid=36:horn-of-africa&Itemid=54) del Kenya per il rimpatrio della popolazione del campo è il risultato del lungo tira e molla tra il paese e le agenzie di aiuto internazionali. Mentre queste ultime insistono per più [investimenti](http://www.refintl.org/policy/field-report/somalis-kenya-invest-long-term) in infrastrutture che potrebbero migliorare la vita dei residenti del campo, molti kenioti diffidano da questi investimenti perché potrebbero incentivare i rifugiati a restare a Dadaab.
A lungo termine lo [scontro](http://www.guardian.co.uk/world/2011/aug/11/somali-refugees-kenya-camp-empty) tra gli ufficiali kenioti e le agenzie di aiuti internazionali arriverà ad una fase di stallo e non vedrà vincitori ma solo vinti: il mezzo milione di abitanti del campo profughi.
Questi, saranno destinati a uno stato di permanente provvisorietà che è divenuto così familiare nel corso degli ultimi 20 anni. La loro unica speranza è che avvenga un cambiamento significativo nel clima sociale e politico della Somalia, oppure che il Kenya attui una nuova politica dei rifugiati che permetta ai residenti di Dadaab di venire assorbiti ufficialmente dal tessuto sociale del paese (come accaduto in [Tanzania](http://news.bbc.co.uk/2/hi/8625429.stm) per circa 168.000 rifugiati del Burundi)
Ad oggi, nessuna delle due prospettive appare particolarmente vicina; probabilmente la gente di Dadaab rimarrà uno dei peggiori centri urbani dove vivere per i prossimi anni, oppure subirà un successivo dislocamento.
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Questo articolo è stato originariamente pubblicato da Think Africa Press | 2012 Human Wrongs Watch

Tradotto da Eleonora Albini