La fame è un investimento. Ed è quotata in Borsa

06.09.2011 - Santiago - Redacción Chile

Intanto, la stanza dove viene diviso il piatto del mondo sembra molto poco attraente. Alla Borsa di Chicago ci sono cartacce e bicchieri di cartone ovunque, uomini sudati con giacche appariscenti si muovono da un lato all’altro, gesticolano, gridano e litigano per i contratti dei semi di soia, della carne di maiale o dei cereali.

Halima invece si chiede cosa darà da mangiare oggi alla sua famiglia. In Kenia la farina è aumentata del 100% in cinque mesi. I poveri che non hanno di che mangiare sono “effetti collaterali” per un esperto analista in materie prime.

Si esagera l’impatto dei bio combustibili che rappresentano solo il 6% delle coltivazioni di cereali. “La gente soffre sempre di più a causa dell’aumento dei prezzi degli alimenti” avverte il presidente della Banca Mondiale.

Qui, nella stanza delle negoziazioni della più importante Borsa mondiale per le materie prime, si decide quanto costa il cibo e così anche il destino di milioni di persone. E’ da qui che si organizza la fame del mondo così come la ricchezza di pochi.
Per Alan Knuckman non esiste luogo migliore: “Questo è capitalismo allo stato puro” commenta questo esperto analista con il viso che si illumina come quello di un bambino; forse perché non ha mai smesso di giocare. Lavora qui da 27 anni, prima per conto di agenzie intermediarie poi in proprio e oggi è analista della Agora Financials un’agenzia di consulenza di investimenti in materie prime. “Sono qui per fare soldi”, dice.
Come non importa. Per lui non c’è nessuna differenza tra petrolio, argento e cibo. “Non credo nella politica, credo nel mercato che ha sempre ragione”, dice.
L’aumento del prezzo degli alimenti? E’ semplicemente l’espressione del gioco tra domanda e offerta. Gli speculatori? Sono positivi per i mercati perché riescono a prevedere con anticipo gli eventi. Gli eccessi speculativi? “Non vedo dove” risponde.

E questo sorprende dato che nel mondo della finanza non si era mai prodotto un volume di investimenti così alto nelle materie prime agricole. Solo nell’ultimo trimestre del 2010 l’investimento è triplicato rispetto ai tre mesi precedenti. Il mercato possiede una grande liquidità da quando i governi hanno cercato di soffocare la crisi con ingenti programmi anticiclici e piani di aiuto.

Il pane del mondo attrae gli investimenti di chi fino ad ora sembrava assai poco interessato ai cereali come le società della new economy o i subprime. Stiamo parlando di fondi pensionistici che maneggiano cifre multimilionarie o anche di piccoli risparmiatori in cerca di nuove opportunità di investimento più sicure, o di banche che offrono scommesse finanziarie all’ingrosso su fondi di investimento in prodotti agricoli.

Il lato oscuro di tutto ciò è che, parallelamente alla forte richiesta di azioni agricole, salgono anche i prezzi degli alimenti. Già in Marzo la FAO aveva annunciato nuovi record dei prezzi che erano arrivati a superare anche quelli della grande crisi alimentare del 2008. Secondo l’Indice dei Prezzi degli Alimenti della FAO infatti, il costo dei prodotti ha subito un aumento del 39% in un solo anno. Il prezzo dei cereali è salito del 71%, come quello degli oli e dei grassi ad uso alimentare. L’ultimo indice pubblicato, risalente a Luglio, marcava 234 punti, solo quattro in meno rispetto al record storico raggiunto a Febbraio scorso. “L’epoca degli alimenti a basso costo è finita” profetizza Knuckman.
Per i suoi concittadini statunitensi, che destinano il 13% del reddito disponibile all’acquisto di prodotti alimentari, l’aumento dei costi potrebbe essere un fastidio. Ma per i poveri del mondo, che riservano al cibo il 70% del loro magro reddito, è una vera minaccia per la sopravvivenza.

Secondo la Banca Mondiale, dallo scorso giugno, 44 milioni di persone sono state colpite dalla fame solamente a causa dell’aumento dei prezzi degli alimenti. Sono persone costrette a sopravvivere con meno di 1,25 dollari al giorno. Ci sono oltre un milione di persone denutrite nel mondo e anche l’odierna carestia nel Corno d’Africa non è una conseguenza da attribuire esclusivamente alla siccità, alla guerra civile o alle élites corrotte, bensì all’elevato costo degli alimenti.

“Effetti collaterali non desiderati del mercato”. Così Knuckman descrive il fatto che i più poveri tra i poveri non possano permettersi di mangiare. Halima Abubakar, 25 anni, patisce questo effetto collaterale direttamente sulla propria pelle. Le parliamo nella sua baracca a Libera, il villaggio periferico più grande vicino alla capitale Nairobi. Abubakar si chiede cosa darà da mangiare a suo marito e ai suoi figli stasera. Fino a poco tempo fa, erano tra quelli che se la passavano meglio; con lo stipendio del marito, che lavora come guardia in una prigione, potevano sfamare tutta la famiglia. Ma ora, all’improvviso, tutto è diventato più difficile: la farina di granturco, fondamentale alimento in Kenia, è rincarata del 100% negli ultimi 5 mesi. Un vero record. Ma il prezzo delle patate è cresciuto di un terzo, quello del latte ancora di più, per non parlare di quello dei vegetali.

“I poveri subiscono sempre di più e sempre più persone possono cadere in povertà a causa di questi rincari e della fluttuazione dei prezzi alimentari” afferma Robert Zoelick, presidente della Banca Mondiale. Nelle conferenze, i summit e le riunioni si continuano a ripetere come in un rosario le ragioni di questa esplosione dei prezzi, a partire dal cambiamento climatico, le siccità e le inondazioni, la crescente porzione di terra destinata alla coltivazione dei biocombustibili, il maggior consumo di carne da parte dei paesi emergenti, o l’aumento della popolazione mondiale che cresce più velocemente rispetto alla produzione agricola.

Tutti questi fattori sono logici ed evidenti e contribuiscono senza dubbio alla crescita dei prezzi. Ma non ne costituiscono la causa.
Oliver de Schutter, redattore di un rapporto dell’ONU sul diritto all’alimentazione, sfata alcuni miti: “L’appoggio ai biocombustibili, così come altri aspetti legati all’offerta – come ad esempio i cattivi raccolti o le sospensioni delle esportazioni – sono fattori relativamente importanti, ma lo stato di tensione e disperazione delle finanze mondiali scatenano una gigantesca bolla speculativa”. Nel suo rapporto Shutter incolpa i grandi investitori che, data la crisi dei mercati finanziari, si sono dedicati in massa al commercio delle materie prime, distorcendo i prezzi oltre ogni limite. Gli eccessi speculativi sono secondo Schutter la causa primordiale dei rincari.

Di fatto, i motivi che di volta in volta si adducono per giustificare il fenomeno dell’aumento dei prezzi, non resistono ad un attento esame. Come è naturale, c’è sempre maggior richiesta di terra da destinare ai biocombustibili che tuttavia finora rappresentano solo il 6% delle coltivazioni mondiali di cereali. Secondo la Banca Mondiale, l’impatto dei biocombustibili è di fatto considerevolmente inferiore a quello che si pensava.

Lo stesso si può dire rispetto al maggior consumo di carne dei paesi emergenti. Secondo l’Istituto per la Ricerca della Politica Alimentare di Washington (IFPRI), paesi come Cina, India o Indonesia hanno coperto l’incremento della domanda senza ricorrere in modo significativo al mercato internazionale. “Non ci sono riscontri circa il presunto impatto causato dalla domanda dei paesi emergenti” assicura la Banca Mondiale in un suo rapporto.
Rispettivamente al cambiamento climatico, che senza dubbio ha provocato una minore produzione, è necessario sottolineare che questa resta comunque superiore al consumo.

Tuttavia, l’isteria che circonda l’emergenza alimentare costituisce probabilmente parte di una studiata strategia di investimento. Dopo tutto, ogni bolla finanziaria segue un preciso copione: nel caso della bolla di Internet, ciò che provocò la perdita del buon senso comune, fu la storia della New Economy. Nel caso dei mutui, il fatto che i beni immobili non avrebbero perso valore. Ora, con la bolla alimentare, il timore della presunta carestia futura.

Che il cibo sia diventato oggetto di speculazione a Wall Street ha a che vedere con un mutamento fondamentale che è descritto dalla Conferenza delle Nazioni Unite su Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD): la recente metamorfosi del mercato degli alimenti in un mercato finanziario.
L’ economista e capo della UNCTAD Heiner Flassbeck si occupa da tempo di questo tema. Dopo il crollo finanziario del 2008 ha iniziato a seguire l’evoluzione del mercato valutario, delle materie prime, del debito pubblico e delle azioni. Le curve mostravano una sorprendente somiglianza. Flassbeck costituì un team per studiare il fenomeno che portò risultati scioccanti: il mercato delle materie prime non funziona, o comunque non funziona con i modelli economici che regolano il mercato, ovvero con la formazione del prezzo attraverso l’offerta e la domanda. Nel rapporto pubblicato da questa ricerca, le attività degli attori finanziari “spingono i prezzi delle materie prime molto oltre i livelli che giustificherebbero i dati del mercato”.

Così si produce una gigantesca distorsione dei prezzi. Questi si formano non in base all’influenza di fattori reali ma in base alle aspettative economiche. La maggior parte degli investitori che si lanciano oggi nel mercato delle materie prime non conoscono minimamente questa materia. “Desiderano diversificare il proprio portafoglio, entrare in un mercato in crescita o semplicemente fare ciò che fanno tutti gli altri” indica il rapporto UNCTAD.
Ma a cosa è dovuto il fatto che edge funds e istituti di investimento influiscano sul valore del pane in Tunisia o della farina in Kenia o del grano in Messico? Come, nelle Borse di Chicago, New York o Londra, si decide quanta gente patirà la fame?
La causa è il cambiamento trascendentale dei mercati passato inavvertito per vari anni. Al lato del mercato tradizionale, dove i prezzi erano appunto il risultato del gioco tra domanda e offerta, è sorto un mercato dei contratti futures negoziabili in Borsa. Per tutelarsi di fronte alle fluttuazioni dei prezzi, i produttori vendevano in anticipo i loro raccolti a un prezzo fisso, usando la formula del contratto future appunto. Alla scadenza, se il prezzo in quel momento era più basso di quello fissato precedentemente, era il produttore a trarre beneficio; in caso contrario era invece il titolare del contratto. In questo modo tutti vincevano: i produttori limitavano i rischi, chi negoziava i futures forniva liquidità al mercato e i consumatori vedevano soddisfatta la loro domanda.
In questo mercato potevano partecipare soprattutto gli attori direttamente coinvolti nell’industria agroalimentare. Le banche avevano un ruolo marginale: era una sorta di contratto a credito e la formula funzionò bene e in modo stabile per vari decenni. Fino a quando fu scoperta dall’industria finanziaria.
Il trucco sta nel fatto che gli speculatori non trasformano mai i futures in beni reali. Per esempio, i fondi vendono contratti a 70 giorni poco prima della scadenza e riconvertono il denaro fresco in nuovi futures. Così il sistema diventa un carosello perpetuo senza che gli investitori abbiano un contatto con i prezzi reali del mercato. Non importa, dicono coloro che dubitano che gli speculatori siano responsabili del rialzo continuo delle materie prime: sul mercato reale continuano ad essere vigenti le regole della domanda e dell’offerta che ristabiliscono gli equilibri indipendentemente da ciò che accade nel mercato dei futures.
Errore: di fatto i prezzi dei futures si ripercuotono sui reali prezzi del mercato come è stato dimostrato dal responsabile del Dipartimento di Mercati e Commercio del IFPRI, Máximo Torero. Esaminando il mercato del grano, del frumento e della soia, ha constatato che nella maggior parte dei casi i prezzi reali seguivano i prezzi dei futures. I contratti futures insomma modificano il presente; a loro volta, le aspettative di maggiori guadagni a venire stimolano l’accaparramento da parte di chi ancora possiede beni reali, e di conseguenza si alzano i prezzi. In questo modo, le entrate finanziarie hanno squilibrato completamente il mercato alimentare, prima così prevedibile. Secondo la FAO, solo il 2% dei futures sulle materie prime si realizzano poi in fornitura reale di beni. Il restante 98% si vende in anticipo da speculatori che sono interessati a rapidi guadagni e non certo a 1.000 porzioni di maiale. Parliamo di giocatori come Goldman Sachs che nel 2009 ha guadagnato più di 5.000 milioni speculando in materie prime, un terzo dei suoi utili netti.

“Per ristabilire il normale funzionamento dei mercati delle materie prime è necessario applicare rapidamente una politica globale” indica l’ UNCTAD, una politica di trasparenza e regole più severe per tutti i partecipanti. Gli investitori dal canto loro non si considerano responsabili di produrre alimenti a prezzi accessibili. Il loro mestiere consiste nel convertire molto denaro in moltissimo denaro. Chi ascolta il proprio consulente finanziario che suggerisce di investire in materie prime perché ciò serve a garantire la nutrizione mondiale, dovrà almeno tener conto di una cosa: questi investimenti sono parte del problema, non della soluzione.

Fonte Radio Del Mar
Tradotto da Eleonora Albini

Categorie: Economia, Internazionale, Opinioni, Sud America

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