Elementi Fondanti di un’Economia Sociale e Umanista

06.10.2009 - Santiago - Guillermo Sullings

Introduzione
Riferendoci ai fondamenti di una Economia Sociale ed Umanista, magari potremmo dare per scontato il significato dei termini “sociale ed umanista”, potremmo assumere forse come ovvi i suoi postulati etici, e addirittura supporre come sottintesi gli obiettivi concreti cercati, e quindi riferirci solamente alle trasformazioni strutturali necessarie per raggiungere tali obiettivi. Tuttavia, in molte occasioni, le supposizioni generano che, nel momento di unire volontà intorno ad una causa, si assumano tacitamente accordi che dopo non resistono la prova della prassi.
Per esempio, se partissimo della premessa che una Economia Umanista implica la ridistribuzione delle entrate, senza entrare in maggiori dettagli, potremmo partire da un punto in comune debole tra coloro che propongono l’uguaglianza di opportunità e coloro che propongono l’uguaglianza di risultati (egualitarismo), e dopo poco tempo comincerebbero le differenze inconciliabili.
Per questo motivo è necessario approfondire la ricerca di fondamenti che ci permettano di trovare una radice comune, prima di cercare un tronco comune. Qualcuno potrebbe pensare invece che estremizzare la ricerca di precisazioni nella definizione dei fondamenti aumenterebbe la differenziazione, limitando le possibilità di accordi nel momento di unire volontà. Tuttavia, in diversi pensiamo che un adeguato approfondimento nell’analisi di questi fondamenti, dopo essere usciti dai labirinti dei malintesi, e dopo aver incluso la diversità di punti di vista, potrebbe permetterci infine di ampliare sempre di più e con maggiore solidità, la base degli accordi. Sicuramente non sarà questa l’opportunità per poterci estendere in tale approfondimento fino ad esaurire tutte le possibilità, ma almeno tenteremo di enunciare alcuni punti schematici.
D’altra parte, se ci riferissimo solamente ai fondamenti più profondi, senza arrischiarci in proposte di azione concrete che la loro applicazione sociale implicherebbe, correremmo il rischio di avanzare in una teorizzazione di principi che non supererebbe la sfida dell’implementazione. Ovviamente qualunque azione concreta che si proponga, sarà condizionata dal contrasto tra ciò che si vuole e ciò che esiste attualmente, e pertanto sarà sempre perfettibile e variabile nel tempo. Ma è cominciando a realizzare il muro che si verifica se la progettazione è corretta.
L’Umanesimo
Più che pensare a come si organizzerebbe in questa società un’economia umanista, forse dobbiamo pensare a come dovrebbe essere una società umanista, e dopo immaginare come vi si organizzerebbero le relazioni economiche. In questo caso forse possiamo affermare che la società attuale non è umanista, pertanto fino a quando non l’avremo umanizzata non potremo organizzare un’economia concorde con essa. Possiamo affermare anche che buona parte della disumanizzazione regnante ha le sue radici nell’attuale sistema economico, e allora la sua trasformazione contribuirebbe all’umanizzazione delle relazioni sociali.
In ogni caso, dovremmo definire cosa intendiamo per umanizzazione, o che cosa intendiamo per umanista.
L’Umanesimo per definizione colloca l’essere umano come valore centrale. Nel caso dell’Umanesimo Universalista, corrente di pensiero fondata da Silo, e nella quale mi riconosco, normalmente lo definiamo come: “Niente al di sopra dell’essere umano, e nessun essere umano al di sopra di un altro”. Da questa definizione scaturiscono varie conseguenze. Da un lato le conseguenze sociali, ed essendo l’economia una scienza sociale, sicuramente dovremo ubicarci lì per buona parte di questa analisi. Il rispetto della libertà, dell’intenzionalità umana, della sua diversità, della sua dignità, e di tutti i suoi diritti, diventano priorità nell’organizzazione sociale, nella quale non solamente bisognerà evitare che qualcuno possa individualmente ed impunemente attentare all’umanità di altri, ma soprattutto, bisognerà vegliare affinché i sistemi di organizzazione sociale non implichino una violazione strutturale dei diritti umani e una soppressione strutturale delle opportunità per esercitarli.
D’altra parte, si potrebbe pensare che la concezione antropocentrica, oltre alle conseguenze sociali, può avere conseguenze nella relazione con la natura, e in alcuni casi nella relazione con Dio. Tuttavia, sarà diverso ubicare tali piani, differenti dal sociale, come entità differenti e quasi estranei al fenomeno umano, o inclusi in un sistema maggiore. E sarà diverso se l’interpretazione di quel tutto lo includiamo nell’interpretazione della coscienza umana, o gli assegniamo un’intenzionalità estranea a quella umana. Se ci decidessimo per la seconda interpretazione, ci troveremmo davanti ad un paradosso; perché c’è chi dice di interpretare ciò che la natura vuole e c’è chi dice di interpretare ciò che gli dei vogliono. Ma quelli che dicono quelle cose sono esseri umani. E se alcuni di quegli esseri umani, in nome della natura o degli dei, cercassero di mettere condizioni ad altri esseri umani, staremmo nuovamente di fronte alla problematica dell’umanesimo sociale “nessun essere umano al di sopra di un altro”, benché quell’essere umano pretendesse di contare sull’avallo di forze esterne alla cosa umana, in accordo alla sua particolare interpretazione che è un’interpretazione umana.
Forse per uscire da questa sorta di “solipsismo della specie”, dobbiamo metterci nella prospettiva processuale, vedendo da dove veniamo e chiedendoci verso dove andiamo. Forse lì scopriamo che la natura è riuscita a prendere coscienza di sé stessa attraverso l’umano, e che l’umano può approfondirsi fino a trascendere se stesso ed accedere ad un altro piano. E allora, forse, non siamo né depredatori della natura, né i suoi protettori, ma piuttosto l’intelligenza di un corpo maggiore che continua a cercare i suoi rinnovati equilibri in una spirale evolutiva permanente.
Pertanto, quando diciamo che l’essere umano deve essere il valore centrale dell’organizzazione sociale, e pertanto dell’economia, non stiamo incoronando un despota che distrugge irresponsabilmente la natura in nome della sua ubicazione centrale. Stiamo invece dicendo che nessun essere umano può esercitare violenza su un altro, invocando una causa maggiore della vita umana. E quando parliamo di violenza, non ci riferiamo solamente alla violenza fisica, ma anche alla violenza razziale, alla violenza religiosa, alla violenza sessuale, e ovviamente anche alla violenza economica.
Per questo prima di pensare ad un’economia umanista, bisogna pensare ad una società umanista, nella quale si rispetti ogni essere umano in tutti i suoi aspetti, e come conseguenza anche in quello economico. Quindi, oltre a definire cosa intendiamo per umanesimo, dobbiamo definire i principi morali di quest’umanesimo, che dovrebbero operare come parametri comportamentali, ben oltre i regolamenti legali.
La morale della reciprocità
Quando prima abbiamo parlato dell’ubicazione centrale dell’essere umano, vedendola in processo, cioè chiedendoci da dove veniamo e verso dove andiamo, come un modo di integrare la cosa umana col Tutto, volevamo insinuare una collocazione che includesse l’umiltà di chi prende coscienza della sua origine e la grandezza di chi cerca di crescere senza limiti. Quella collocazione permette di contenere la grandezza dello spirito umano, e insieme ad essa i sentimenti di Amore e Compassione verso tutti gli esseri umani e la vita in generale. E parliamo di Amore e Compassione con lettere maiuscole; non la falsa compassione timorata e pusillanime che sorge dalla paura e l’identificazione, che somiglia più alla morale del risentimento che descrisse Nietzsche nella sua Genealogia della morale. Non parliamo di una morale “per gli altri”, timorosa del giudizio sociale o della punizione divina. Non parliamo neanche di una morale solo “per se” che pretende di cercare soddisfazione interna (essendo in sintonia col proprio ego) o con un supposto Dio interiorizzato, anche a costo di far tabula rasa degli altri. Stiamo parlando di una morale che comprenda il “per se ” e il “per altri”, riconoscendo che la coscienza dell’essere umano si costituisce nel mondo e per il mondo.
Stiamo parlando di varie cose, ma fondamentalmente della regola d’oro: “Tratta gli altri come vuoi essere trattato.” E non insisteremo più su questo, perché non è la morale il tema di questo lavoro, ma sì, possiamo dire che, senza entrare in disquisizioni semantiche, ci sembra più concorde con questo principio la morale della reciprocità che la morale della solidarietà. E questa osservazione può avere conseguenze nella concezione di un’economia, merita pertanto qualche commento ulteriore.
Generalmente si intende per solidarietà l’occuparsi di problemi altrui, il condividere, o l’aiutare altri. In fine, è una parola molto utilizzata e non andremo a discutere dei diversi significati che, popolarmente, gli si possono dare. Però in molte occasioni si suole identificare con tale parola la donazione, e nessun sistema economico potrebbe fondarsi su questa concezione nella quale alcuni cercano di lavare la propria coscienza dalle diseguaglianze generate da un sistema che non sono disposti a trasformare. Altre volte si assume un comportamento solidale come un gesto altruista quasi obbligatorio in molte situazioni, come se la solidarietà fosse semplicemente la repressione dell’egoismo.
La morale che contiene il “per se e per altri”, non può porsi esternamente, come precetto da compiere, ma come necessità da portar avanti con coerenza. E questa necessità da portare avanti con coerenza, può trovare diversi punti di equilibrio, a seconda della situazione data, dove conti anche l’atteggiamento dell’altro, dove contano anche i contesti, dove contano molte cose. E’ per questo che la parola Reciprocità ci risulta più concorde, meno usurata in ogni caso, per definire un comportamento morale in accordo alla regola d’oro, e con molti significati nell’esposizione di una organizzazione economica.
Uguali diritti e uguali opportunità
Nel 2006 abbiamo pubblicato un saggio dal titolo “La nuova sensibilità e i nuovi paradigmi di una Economia Umanista”. Lì parlavamo, tra le altre cose, dei paradigmi attuali della cosiddetta “Economia di Mercato”, basata sulla competizione selvaggia, il lucro, il consumismo, la speculazione e l’usura. Concludemmo dicendo che il paradigma per una economia umanista dovrebbe essere quello di assicurare uguali diritti e opportunità per tutti. Senza dubbio, in tale teoria, anche i liberali e i neo-liberali che difendono l’economia di mercato, ci parlano dell’uguaglianza di opportunità. Forse è un modo molto particolare di definire tale uguaglianza, perché sembrerebbe che tutti abbiano pari diritti e opportunità per competere selvaggiamente, per speculare, per lucrare e consumare in modo sfrenato, e il fatto che solo una minoranza riesca a farlo, spiega bene le loro attitudini, evidenziando la debolezza della maggioranza rimanente, in una darwiniana gara per la sopravvivenza.
Mentre resta ancora molto da fare per quanto riguarda la “uguaglianza di diritti” o la “uguaglianza di fronte alla legge”, dobbiamo dire che in ogni caso, non necessariamente l’uguaglianza di diritti legali, assicura che ci siano opportunità per esercitarli. Tutti hanno diritto ad un posto di lavoro, se riescono a trovarlo, tutti hanno diritto ad un alloggio decente, se lo possono comprare, e così via. Si potrebbe pensare allora che, data l’evidente disparità di opportunità che esiste in un’economia di mercato, si dovrebbe quindi assicurare l’uguaglianza per tutti attraverso una economia centralizzata in cui lo Stato determini quanto ciascuno debba produrre e consumare. Tuttavia, non condividiamo questa proposta, non solo per l’evidenza del suo fallimento storico, ma anche per la sua concezione autoritaria. Piuttosto pensiamo che sia possibile un sistema politico ed economico che garantisca questa uguaglianza di opportunità.
Quando parliamo di uguaglianza di opportunità, e non necessariamente di uguaglianza di risultati, stiamo sostenendo che, di fronte ad una stessa opzione, diverse persone possano comportarsi in modi diversi, e quindi ottenere risultati diversi. Non tutti lavorano con lo stesso impegno, o con la stessa capacità, o con la stessa creatività, o con lo stesso talento, o la stessa costanza, o con la stessa responsabilità, o la stessa immaginazione e coraggio, e così via. Quindi non tutti avranno gli stessi risultati. Inoltre, dobbiamo considerare che l’essere umano ha molti aspetti nei quali può cercare di applicarsi con vocazione, e l’aspetto economico è solo uno di questi, quindi sicuramente ci saranno persone che vogliono dedicare a questo settore solo una parte limitata del loro tempo, del loro impegno e capacità. Ciò significa che la diversità dei risultati di fronte alle stesse opportunità, non necessariamente rispondere a diverse capacità, ma anche ad interessi diversi.
Quindi, se per ipotesi mettessimo ogni essere umano isolato dal resto, in una zona dotata di sufficienti risorse naturali per produrre e consumare, sicuramente si avrebbero risultati diversi per ognuno, benché le opportunità siano state le stesse, il che non comporta alcuna ingiustizia. Naturalmente in questo esempio ipotetico non stiamo prendendo in considerazione i casi di persone in condizioni di inferiorità fisica o psichica, che è un altro problema.
Tuttavia, poiché l’economia è un sistema estremamente complesso di interrelazioni e ogni essere umano non vive isolato, accade che le opportunità che ognuno ha hanno molto a che fare con questa organizzazione sociale. E se il maggior sfruttamento delle opportunità da parte di alcuni, finisce poi per limitare le possibilità di altri, ci troviamo di fronte un problema. Oltretutto se le regole del gioco per l’accesso alle opportunità sono dubbiose, si presentano ulteriori problemi.
Bisogna analizzare quindi, come può arrivare un’economia complessa, a garantire l’uguaglianza di opportunità.

Il punto di partenza
È evidente che oggi chi nasce in una culla dorata non ha uguali opportunità di chi nasce nella miseria.
Si potrebbe pensare a diversi modi per evitare questa disuguaglianza all’origine. Un modo è minimizzando le deformazioni del sistema economico attuale, affinché le differenze nella distribuzione delle entrate non creino differenze tanto abissali. Questo è un punto al quale poi ci riferiremo maggiormente.
Un altro modo sarebbe regolamentando il diritto all’eredità, meccanismo che non deve essere scartato, anche se bisognerebbe implementarlo con criterio di realtà e senza debilitare l’iniziativa produttiva. E’ evidente che il tema dell’eredità non può essere affrontato con risentimento, bensì con reciprocità. Non si tratta di punire i discendenti di chi è riuscito a cavarsela meglio, ma in ogni caso è buono che questi contribuiscano alla società che offrì il contesto adeguato affinché alcuni potessero sfruttare certe opportunità. D’altra parte, è chiaro che se qualcuno lavora non solo per assicurare il proprio benessere ma anche quello dei figli e nipoti, limiterà la sua iniziativa se sa che quello che genera al di sopra di un certa soglia glielo porterà via lo Stato. Inoltre succede anche che nella pratica ci sono molti modi per eludere le limitazioni legali al diritto di eredità.
Stiamo dicendo, da un lato, che sebbene il diritto all’eredità deve smettere di essere un’istituzione immacolata ed intoccabile per certe concezioni dell’economia e che si deve regolamentare e restringere, non per questo bisogna affrontare il tema con leggerezza. Sicuramente le limitazioni nel diritto all’eredità dovranno esistere a partire da una determinata scala, a partire da una certa generazione di discendenza, e tenendo anche in conto il ruolo sociale, produttivo e generatore di impiego che ha ogni patrimonio da considerare.
Inoltre, come dicevamo prima, l’esagerata disuguaglianza nella distribuzione delle entrate che non risponde alla disuguaglianza di capacità e di sforzi bensì alle distorsioni del mercato, si deve correggere equilibrando alla radice e non potando costantemente i rami.
Forse, nel momento in cui si assicurerà un punto di partenza più vicino all’uguaglianza di opportunità desiderata, più che occuparci del diritto all’eredità, dovremo occuparci delle due maggiori responsabilità dello Stato: la Salute e l’Educazione, che devono essere pubbliche, gratuite e della migliore qualità. E questo praticamente non è garantito da nessuna economia, perché entrambe rappresentano grandi affari per il settore privato, e ovviamente una salute ed un’educazione pubblica, gratuita e di qualità, rappresenterebbero una competizione insuperabile per chi lucra su questi diritti umani. Qui non possono esistere relativismi né risposte parziali. Lo Stato deve assicurare la salute e l’educazione, l’offerta privata deve rappresentare una mera alternativa che risponda ad una certa diversità e non alla necessità. Dove ancora oggi esistono Salute ed Educazione Pubbliche come opzione, la pessima qualità le relega ad opzione obbligata per gli emarginati, cosicché non solo non esiste uguaglianza di diritti e opportunità ma l’esatto opposto.
Sarà possibile cominciare a parlare di una società che aspira all’uguaglianza di opportunità solamente quando quei due diritti saranno garantiti in forma assoluta. Anche se comunque mancano ancora molte cose.
La distribuzione delle entrate
Nell’economia attuale, con un mercato globalizzato nel quale si muovono arbitrariamente formidabili forze economiche, in maggior parte finanziarie e speculative, non possiamo limitarci a trattare il tema della distribuzione delle entrate solo nella relazione capitale-lavoro, ma anche nella relazione tra piccoli e grandi capitali, e la necessaria partecipazione degli stati.
Nell’aspetto della relazione capitale-lavoro, per noi i due fattori della produzione devono avere la stessa importanza, consideriamo che si deve avanzare verso la partecipazione dei lavoratori alla distribuzione dei guadagni e nella gestione delle imprese. La distribuzione di una parte dei guadagni tra i lavoratori non solo correggerà la matrice distributiva, per limitare le disuguaglianze, ma sfocerà anche in un miglioramento della produttività e della responsabilità sociale nella gestione delle imprese.
Le attuali regole del gioco, in cui il Capitale si appropria del guadagno, e il lavoratore percepisce solo un salario, hanno esaurito il loro ciclo. In primo luogo, la fallacia che fa esistere una libera contrattazione tra il datore di lavoro e l’impiegato, (come se fosse una conseguenza dell’uguaglianza di opportunità) è sfociata nella sempre minor partecipazione del lavoratore nel prodotto interno lordo. Il surplus nelle entrate, tra salario e guadagno, finisce sempre a beneficio dell’imprenditore che è colui che ha maggior forza, e inoltre restringe la proiezione a futuro del lavoratore salariato, la cui unica possibilità di progresso materiale resta subordinata alla scalata della alienante catena del comando.
E’ evidente che l’implementazione dei meccanismi che assicurino la partecipazione dei lavoratori nei guadagni e nella gestione delle imprese, dovrà contemplare il principio di reciprocità, la progressività, il criterio di proporzione, la gerarchia dell’impresa, l’anzianità dei lavoratori, e numerosi fattori che bisognerà considerare per non asfissiare né punire l’iniziativa produttiva degli imprenditori. Questo deve essere l’orientamento dell’economia se si vuole realmente il miglioramento della distribuzione delle entrate ed assicurare l’uguaglianza di opportunità.
Fintanto che ci saranno imprese che vedono sempre più limitato il loro margine di azione e la loro possibilità di sviluppo, in un mercato globalizzato che distrugge tutto, non basterà modificare la relazione capitale-lavoro. A cosa servirebbe ai lavoratori partecipare ai guadagni e nella gestione di piccole e medie imprese, se ogni volta hanno meno possibilità di avanzare?
In ogni caso, in maggiore o minor misura, oggi l’equilibrio tra capitale e lavoro passa per le rivendicazioni salariali nelle quali intervengono i sindacati (le cui cupole purtroppo, in molte occasioni, prendono accordi con gli imprenditori). Ma le piccole e medie imprese sono ancora meno protette, e i pesci grandi le stanno divorando o sterminando. E sono le leggi del mercato, e teoricamente nessuno può opporsi ai dettami di questo nuovo dio chiamato mercato.
Debbono essere quindi progettate regole del gioco molto più ampie ed efficaci delle poche che esistono oggi, per contrastare l’immenso potere concentratore dei monopoli ed oligopoli, il potere speculativo del capitale finanziario internazionale, ed il potere politico estorsivo che hanno alcune multinazionali.
La partecipazione agli utili e alla gestione delle imprese da parte dei lavoratori, implicherà per loro, non solo un beneficio nella distribuzione delle entrate, ma anche una decentralizzazione del potere ed una democratizzazione nella gestione del capitale. Allo stesso modo si dovrebbe procedere per stabilire meccanismi di articolazione interaziendale. Le grandi accumulazioni di capitale che servono all’economia produttiva per affrontare affari in grande scala, dovrebbero funzionare più come una rete convergente di imprese medie e piccole che come un solo gigante con un unico comando, alla mercé delle arbitrarietà dei CEO (Chief Executive Officer). L’attuale crisi finanziaria ed economica internazionale è il prodotto di questa gestione arbitraria e speculativa. I giganti devono essere decentralizzati, offrendo ai livelli intermedi una crescente partecipazione alle decisioni, mentre deve esserci ingerenza statale in determinate questioni di responsabilità sociale.
Il ruolo dello Stato
Quando nell’anno 2000 abbiamo pubblicato il libro “Oltre il Capitalismo, Economia Mista”, abbiamo dedicato buona parte dei suoi capitoli a spiegare le ragioni del fallimento del centralismo statale e quelle del fallimento del Capitalismo liberale. Non ci estenderemo ora su questi temi, ma ricordiamo che la nostra proposta di una Economia Mista propone un ruolo attivo da parte dello Stato, non eseguendo tutto ciò che si deve fare, ma piuttosto compiendo funzioni di coordinamento laddove sia necessario far strada alle pari opportunità per tutti, utilizzando il suo potere per disattivare speculazione e monopoli, e soprattutto per garantire l’educazione e la salute pubblica e gratuita.
In questo momento storico non è necessario abbondare in argomentazioni per spiegare perché, né il socialismo reale né il capitalismo selvaggio hanno dato risposte adeguate alle necessità economiche dei paesi, questo per lo meno dall’ottica umanista, dalla quale affrontiamo questo lavoro. Bisogna anche dire che in questi ultimi anni, dopo il funesto regno del neoliberalismo, in alcuni paesi si stanno tentando timidi cambiamenti nelle politiche, cercando una nuova rotta, che non si riesce a trovare. In questa tappa di economia globale e di avanzamento tecnologico non sono più sufficienti le politiche keynesiane, perché la relazione tra spesa statale e la creazione di impiego è sempre meno elastica, poco sostenibile nel tempo e con scarso potere moltiplicatore. Buona parte della spesa statale finisce nel consumo di prodotti importati,o a bassa partecipazione salariale, e siccome tutti i fiumi finiscono nel mare, la spesa statale percorre il piano inclinato di un’economia distorta, e si trasforma in nuovi guadagni per le grandi imprese.
Non si è guadagnato in sostenibilità neanche nei progetti neo-socialisti e cooperativisti, inseriti in una economia di mercato, poiché pochi casi sopravvivono senza finanziamenti statali. E se a questo aggiungiamo i problemi di corruzione nelle differenti sfere statali, finiamo in una corsa a cronometro, nella quale il consumarsi di questi nuovi tentativi potrebbe lasciare le popolazioni di quei pochi paesi che stanno tentando cambiamenti alla mercé di rinnovati argomenti ingannevoli del capitalismo liberale, sempre appoggiato dai mezzi di diffusione che gli appartengono.
Pertanto il ruolo dello Stato nell’economia deve porsi in forma integrale, ristrutturando il sistema. Bisogna pensare più a cambiare direzione che a distruggere o bloccare. Bisogna canalizzare le forze produttive, chiudendo quelle porte che fluiscono verso la speculazione e l’usura, e aprendo quelle che vanno verso il reinvestimento produttivo.
Il reinvestimento produttivo
Con quanto abbiamo detto prima a proposito della partecipazione agli utili e alla gestione da parte dei lavoratori e a proposito della decentralizzazione dei giganti economici, ci riferiamo al modo di organizzare l’economia per cambiarne la matrice distributiva e rendere vigente l’uguaglianza di opportunità. Ma oltre ad avere una nuova forma organizzativa, si deve contare su una forza che dia vita a quella forma, capace di riempire quella forma con iniziativa, investimenti e creazione di lavoro. Attualmente la regressiva distribuzione degli utili ci permette di misurare non solo la disuguaglianza ma anche gli enormi guadagni che hanno molti settori, e la capacità di risparmio che ha una parte della popolazione. Il problema è che buona parte di quella capacità di risparmio e di quei guadagni delle imprese oggi finiscono nella speculazione come è già successo con le diverse bolle speculative, fino all’esplosione finale della grande bolla immobiliare.
Bisogna forzare il reinvestimento produttivo di quel capitale, disegnando una politica tributaria tale da assicurare che le eccedenze, o sono investite dalle imprese in nuovi progetti produttivi nei quali si generi chiaramente impiego, oppure passano a finanziare progetti produttivi messi in moto dallo Stato, per mezzo di una Banca Statale senza Interessi, creata con quel fine.
Ma per canalizzare le eccedenze verso nuovi progetti moltiplicativi e sostenibili non basterà il cambiamento di direzione obbligato dalla legge, bisognerà inoltre generare condizioni per la nascita di opportunità vere. E’ qui dove vediamo la necessità che lo Stato compia una funzione di coordinamento, di apertura di mercati e di generazione di condizioni per l’investimento.
Ad ogni modo, assicurare il reinvestimento produttivo per riempire le forme di una nuova organizzazione economica con maggiore equità distributiva, è qualcosa che deve realizzarsi partendo da altri paradigmi. Non dall’attuale concezione di consumismo e crescita economica illimitata.
Consumismo e crescita
Viviamo in un pianeta in cui, se tutti i popoli avessero il livello di consumo che ha oggi il decimo che guadagna di più (che si trova essenzialmente nel cosiddetto primo mondo e negli strati privilegiati del resto dei paesi), sarebbero necessari altri 5 pianeti per rifornirci di risorse naturali. Il capitalismo risolve facilmente questa limitazione mantenendo la metà della popolazione mondiale nella povertà e buona parte dell’altra metà nel tentativo di non cadere nella povertà, mentre aspira ad ascendere di status sociale, in selvaggia competizione con i suoi simili, affinché generi maggiori introiti alle imprese, e inevitabilmente cada nella povertà, dato che questo sistema espelle ogni volta più gente.
Allora sorge la domanda: Come potrebbe, un nuovo sistema economico più equo, promettere e assicurare a tutti lo stesso livello di consumo del 10% della popolazione oggi più privilegiata se è materialmente impossibile? È evidente che non stiamo parlando di un progresso sociale basato sugli stessi paradigmi attuali della crescita irrazionale e del consumismo mostruoso e dilapidatore. Stiamo parlando di uno sviluppo integrale dell’essere umano, e non meramente della sua capacità di consumo. Stiamo parlando anche di un cambiamento culturale.
Con la sola riconversione dell’industria militare in industria al servizio dello sviluppo delle popolazioni la faremmo finita con la povertà nel mondo. Se inoltre generiamo un cambiamento nel paradigma culturale del consumismo, funzionale all’attuale sistema, e l’essere umano comincia a comprendere che il suo destino è più interessante che dedicarsi ad accumulare oggetti, forse possiamo risolvere meglio le cose.
Quello che stiamo cercando di dire è che non risolveremo la problematica economica insistendo nel fare sempre la stessa cosa, solo che ora estesa a tutti. Perché, in definitiva, non esiste una problematica economica. Ciò che esiste è una problematica esistenziale, ed una necessità imperiosa di cambiamento culturale, ed è in questo cambiamento integrale che deve integrarsi il nuovo paradigma economico.
Non stiamo parlando di produrre una decrescita, come propongono alcune correnti ecologiste. Stiamo parlando di una crescita diversa, razionale e sostenibile, ma non reprimendo il consumo, bensì razionalizzando il consumo di ognuno, cambiando il paradigma culturale. Perché si avvicina il momento in cui molta gente comincerà a sentirsi vuota e senza senso correndo dietro ad un nuovo oggetto pubblicizzato in TV. Comincerà a sentire che la stupidità s’impossessa di lui ogni volta che si comporta come una macchina per consumare al servizio di un sistema basato sul consumismo irrazionale.
Ma affinché questo cambiamento si produca, non solo è necessario promuoverlo, ma bisognerà contare su un sistema economico adeguato per a una nuova era basata su nuovi paradigmi.
La democrazia diretta
Sebbene l’organizzazione politica degli stati non è un tema attinente a questa relazione, per poter generare un nuovo sistema economico basato su paradigmi umanisti non basterà dire quale dovrebbe essere il ruolo dello Stato, se stiamo pensando ad un Stato come quelli che esistono attualmente. Sarebbe deplorevole trovarci con le nuove forme organizzative di un’economia umanista, viziate fin dall’inizio dalla corruzione e dalla mediocrità che esistono oggi nell’amministrazione pubblica, nella quale molti dei suoi funzionari sono soci del potere economico che si suppone si tenterà di disciplinare e democratizzare.
È evidente che abbiamo bisogno di un altro tipo di Stato, e in tal senso crediamo che si debba avanzare verso una democrazia diretta nella quale la popolazione possa contare su meccanismi adeguati ed efficaci per potere scegliere realmente rappresentanti onesti, e non chi più appare in TV. È necessario che le popolazioni contino su meccanismi per destituire dal loro incarico chi tradisce le promesse elettorali o non realizzano ciò che gli è stato raccomandato. È necessario che le popolazioni contino su meccanismi per poter pensare frequentemente a questioni che riguardano in modo rilevante la società.
Sintesi
Quindi, siamo partiti da una determinata concezione di ciò che significa per noi Umanesimo Universalista, e a partire da lì abbiamo parlato di una nuova concezione morale dalla quale costruire i nuovi paradigmi per un’economia umanista. Abbiamo parlato del principio di uguaglianza di opportunità e di cosa fare per assicurarla. Abbiamo parlato allora di alcuni lineamenti basilari per generare un sistema di Economia Mista che metta l’essere umano come valore centrale. Ed abbiamo parlato del ruolo dello Stato in tutto questo.
Forse potremmo aggiungere che in un pianeta interconnesso e mondializzato non sarà sufficiente che un paese tenti isolatamente i cambiamenti che stiamo proponendo. Perché non è tanto semplice gestire tutti gli elementi che abbiamo menzionato, quando molti dei fattori sui quali bisogna agire operano oltreoceano. Sarà necessario che, nella misura in cui un cambiamento culturale si metta in moto e si senta la necessità di un cambiamento profondo anche nell’economia, tutte le nazioni avanzino verso la sua integrazione planetaria.
Sarà necessario allora anche avanzare verso una Nazione Umana Universale.

Traduzione dallo Spagnolo Annalisa Pensiero

Categorie: Cultura e Media, Opinioni, Sud America

Notizie giornaliere

Inserisci la tua email qui sotto per ricevere la newsletter giornaliera.


Diritti all'informAZIONE

Video presentation: What Pressenza is...

Milagro Sala

Canale di youtube

International Campaign to Abolish Nuclear Weapons

International Campaign to Abolish Nuclear Weapons

Stop Fiscal Compact: firma la petizione!

Stop Fiscal Compact: firma la petizione!

Archivi

Except where otherwise note, content on this site is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International license.