“In questa fase della mia vita penso che sia importante comprendere la dimensione della violenza”

30.08.2009 - Buenos Aires - Nicolás Blanco

In trent’anni, dal 1978 fino all’inizio del 2008, Adrían Otero è stato il leader dei Memphis La Blusera, il gruppo blues più famoso di tutta l’Argentina. La band ha all’attivo ben 13 dischi, tra cui i più famosi: Alma bajo la lluvia, Medias negras, Tonto rompecabezas, Cosa de hombres, Angelitos culones, En vivo en el Colón.

Dopo una crisi personale, Otero ha deciso di lasciare il gruppo e di proporsi come solista, uscendo, a fine 2008, con un disco tutto suo dal titolo Imán. Nel corso dell’intervista ci confesserà che in quel momento di crisi, ha dovuto scegliere tra la sua vita e il gruppo.

Venerdì scorso, mentre Buenos Aires viveva un’insolita giornata estiva in inverno, Adrián Otero era seduto nel soggiorno di casa sua e registrava un’adesione alla Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza, che si concluderà in Argentina, il 2 gennaio 2010, dopo aver attraversato ben 150 Paesi. Terminata la registrazione, inizia l’intervista.

D: Per quale motivo hai deciso di aderire alla Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza? Cosa rappresenta per te questo progetto?

R: Ho deciso di aderire alla Marcia Mondiale perché, come tutti, non voglio continuare a vivere in un mondo violento, in cui le armi diventano sempre più offensive, il narcotraffico gestisce le economie di interi Paesi, la violenza quotidiana diventa ogni giorno più efferata, e dove si pensa di risolvere una discussione senza il dialogo. Abbiamo perso di vista la capacità di dialogare, la capacità di accettare i precetti della giustizia, e tutto questo produce violenza. La fame è un altro elemento che produce violenza, così come la violenza produce fame. In questa fase della mia vita penso che sia doveroso prendere coscienza di tutto ciò e per questo motivo aderisco alla Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza.

D: Molte delle tue canzoni affrontano temi sociali, come l’amore, il lavoro, la riflessione sulla propria esperienza, sulla necessità di un cambiamento, di una rivoluzione. Si può parlare di militanza sociale attraverso l’arte?

R: Non la metterei su questo tono; sicuramente nelle mie canzoni esprimo i miei sentimenti, ma non credo di essere un militante. Quello che cerco di fare, nel mio piccolo, è di collaborare con alcune associazioni benefiche. Cerco di non essere violento, cerco di essere una persona tollerante con gli altri, di non essere fanatico, di essere di larghe vedute, di ascoltare. La mia musica parla delle cose che vivo, cerco di essere al passo coi tempi. Quando, nel mio ultimo disco, ho scritto Pendejo ho voluto affrontare il tema del danno causato dal narcotraffico, e di come in situazioni particolari questo faccia soffrire una madre, faccia sì che il tipo venga accusato di interessi economici finalizzati a promuovere guerre, a fornire armamenti, a generare violenza, a schiavizzare le giovani generazioni, la gente comune; è questo il messaggio che voglio lanciare. Voglio dire la mia anche sulla capacità di dare.

D: Nelle tue canzoni attuali parli di più del futuro, di abbracciare l’allegria. Pensi di essere diventato più ottimista?

R: Penso di sì; arrivo da un periodo molto duro della mia vita, un periodo buio (Adrián Otero nel 2008 si è disintossicato dalla droga). Sono uno che ci è passato. Guardo la vita da un prospettiva più rosea, per questo motivo ho deciso di aderire alla Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza.

D: Visto che nel tuo ultimo disco affronti un argomento che tocca tutti i giovani, come vedi la situazione attuale delle nuove generazioni?

R: Credo che ai ragazzi manchino molte cose, e questo salta agli occhi analizzando molti aspetti. Ieri in televisione, ho seguito un direttore tecnico che sosteneva che i giovani di oggi non giocano come si giocava ai suoi tempi. Lui tornava dagli allenamenti e trovava un piatto caldo, oggi un ragazzo torna a casa e vede la propria famiglia smembrata o i genitori che non hanno mai lavorato. La famiglia quale nucleo fondamentale della società sta scomparendo. I mass media non aiutano. C’è molto lavoro da fare dal punto di vista dell’educazione, della sensibilizzazione sui problemi dell’alcool e della droga, e la strada da seguire non è la repressione. Non esistono categorie sociali che possono dirsi salve dalla droga, è un genocidio. Ci sono molti modi per uccidere, non solo con le armi.

D: Pensi che l’arte possa favorire il cambiamento sociale?

R: Penso che il desiderio di diventare una persona buona, ragionevole, in contatto con la natura, sia una presa di coscienza personale. Penso anche che non bisogna essere violenti con i violenti, perché questi lo sono perché nessuno ha spiegato loro il modo per non esserlo; si tratta di persone che non hanno avuto la possibilità di studiare, di pensare, di vivere. E se qualcuno può trasmetterlo loro, fa bene a farlo, io cerco di farlo, non per soddisfare un sentimento politico ma per la necessità di esprimere ciò che sento e penso.

D: Come giudichi l’attuale movimento rock e blues?

R: Non uscendo molto, non sono informato. E non mi fido di quello che passano i media, loro seguono il profumo dei soldi. Come tutto in questa vita, tutto si fa in nome del dio denaro. Il denaro gestisce le fabbriche di armamenti. Il denaro produce i dischi e contemporaneamente crea le macchine per falsificarli. Per esempio la Sony produce dischi, e nello stesso tempo, andando contro i diritti d’autore, produce le macchine per copiarli: un vero controsenso. Tornando alla tua domanda, la situazione attuale la apprendo attraverso il computer (risate), ma ci sono anche molti eventi e appuntamenti di blues ai quali mi invitano. Ci sono molti giovani che suonano il blues. Il blues è un’espressione che unisce l’uomo e lo strumento nella manifestazione dell’anima.

D: Oltre al tuo amore per il blues, nel tuo ultimo disco si percepiscono nuove inquietudini musicali. Che ci dici a tal proposito?

R: Le nuove inquietudini ci sono sempre, ma parto dal blues, per poi attuare le variazioni che il blues mi permette. Non ci mettiamo a discutere come Piazzola e i vecchi tangueros. Esiste un blues ortodosso e poi le sue varianti. Il blues ortodosso, l’ho talmente tanto suonato, scritto, cantato ed eseguito, che è arrivato un momento in cui ho avuto voglia di guardare altrove. Nel mio repertorio ci sono canzoni molto tristi che eseguo con uno stile funky.

D: Dopo quasi trent’anni con i Memphis La Blusera, ti senti più sicuro nella tua fase da solista?

R: È faticoso, perché continuo a pensare al plurale. Ho trascorso molti anni con la mia band e ormai la mia struttura mentale si è conformata per essere parte di un gruppo. Continuo a pensare al plurale, ma pian piano mi sto abituando a questa nuova dimensione. Mi è dispiaciuto molto, anche perché in quest’ultimo anno sia io che i miei colleghi abbiamo lavorato molto poco. Per esempio, band come La Mosca, che, in genere, lavorano tutto l’anno, in questi ultimi dodici mesi non hanno fatto neanche uno spettacolo. Lo stesso vale per Miranda. Di vendere dischi, non se ne parla proprio.

D: Cosa pensi del fatto che è possibile scaricare i tuoi dischi da internet gratuitamente?

R: Che va bene, altro non posso fare. Ovviamente sarei più contento di vendere dischi. Già all’epoca dell’Università, negli anni ’70, esistevano le fotocopie. Magari uno ci mette l’anima per scrivere un trattato e poi arriva un moccioso e ti fotocopia il libro. Lo stesso vale per i musicisti, se non facciamo gli spettacoli, moriamo di fame. Discepolo, sul letto di morte, disse a sua moglie: “ti lascio 20 appartamenti e 20 tanghi”. Adesso non è più così.

D: Come procede il tuo progetto?

R: Sto preparando una band di ragazzi. Ho messo su una band di ragazzi e ragazze, e per la prima volta nel gruppo c’è anche una ragazza. Questo perché penso che, avendo trent’anni di esperienza, se questa conoscenza non la trasmetto alle nuove generazioni, alla fine non rimane più niente. E allora, per cosa ho vissuto?, se non posso insegnare ai giovani che la musica serve per godere e non per accrescere il proprio io, che serve per essere vissuta in comunione con gli altri, tra di noi e con la gente. Questa è la mia filosofia e voglio farla conoscere alle nuove generazioni, perché altrimenti se ci limitiamo a scimmiottare la Velvet Underground, continueremo a fare quello che sempre abbiamo fatto, male e senza originalità. Voglio trasmettere tutto questo, perché i giovani possano percepire la musica come la percepisco io.

D: Hai in programma qualche spettacolo?

R: Sì. Dal momento che la crisi è pressante, devo fare qualcosa al pianoforte e poi inserisco dei brani. E devo trasformare un po’ il mio lavoro, diventando al contempo attore, animatore e cantante, il tutto accompagnato dal pianoforte. Questo è possibile in posti piccoli, dove posso trovare il contatto diretto con il pubblico. Poi ho una band con la quale faccio spettacoli su richiesta. L’11 e il 12 prossimi sarò a Bell Ville e a Ciudad de la Cumbre. Ho in programma degli spettacoli ad ottobre, ma la situazione è un abbastanza difficile. D’altronde quando ho deciso di abbandonare i Memphis, ho anche deciso di tralasciare l’aspetto del denaro. Ho preferito essere coerente con quello che io volevo fare, e cioè lasciarmi alle spalle la mia dipendenza. E ho dovuto fare quello che dovevo. Un uomo deve fare ciò che è necessario al momento giusto. Alla lunga non sarà certamente per il denaro che mi si ricorderà.

D: Stai lavorando ad un nuovo disco?

R: Ho in mente un disco di canzoni rare, canzoni melodiche italiane e francesi che hanno accompagnato la mia adolescenza, da Fred Bongusto a Jacques Brel. Ho voglia di cambiare. Non più scrivere, ma cantare, magari posso comporre qualche canzone, ma vorrei fare un disco da interprete. Con il mio stile, certamente, ma ho voglia di cantare. Forse qualche tango. Molti diranno “Signor Blues, che succede?…”. Faccio ciò che mi sento.

Categorie: Cultura e Media, Interviste, Sud America
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